Donne d’arte: l’arte sospesa di Emma Ferrer Hepburn

È un venerdì come tanti altri. Al mio risveglio mi si presenta davanti un cielo plumbeo che pare carico di pioggia. L’aria è frizzante, fresca persino, per via degli acquazzoni dei giorni precedenti. Chiamo Emma alle due del pomeriggio e lei risponde subito. Dall’altro capo del telefono sento una voce dolce e gentile. In poco tempo scopro che è facile parlare con lei e l’agitazione che mi ha accompagnata nelle ventiquattr’ore precedenti lascia il passo a una sensazione di comfort e serenità.

Emma è un’artista. Si è interessata alla pittura sin da quando era bambina, con naturale inclinazione. Mi dice che ha sempre fatto corsi extracurricolari e portava avanti la passione per la danza classica. Alle medie ha capito che la sua chiamata era la pittura e l’ha alimentata frequentando corsi estivi in varie università, come il Pratt Institute e la Rhode Island School of Design. Qui, a contatto con giovani artisti, per periodi anche lunghi sei settimane, si è trovata a suo agio. Le chiedo com’è stata accolta dalla sua famiglia la sua decisione di diventare artista. Mi risponde in tono pacato che non è mai stato un problema, anzi. Le uniche perplessità che hanno mostrato, aggiunge, le hanno mostrate di recente. Emma ha 31 anni e come molti creativi ci ha messo del tempo per consolidarsi e trovare la sua stabilità. Inizialmente ha incontrato delle difficoltà, ma dopo la sua prima mostra personale – nel 2025, alla Sapar Contemporary Art Gallery di New York- le cose sono andate meglio. “Per me non c’era ombra di dubbio che volevessi fare questo.” Le dico che la capisco, che mi sono trovata – e mi trovo- nella medesima situazione. “Ci vuole tempo per un percorso creativo”, mi dice, “perché una persona deve maturare come persona e come creativo.” Le sue parole mi tranquillizzano. Sapere che un’artista che stimo ha l’umiltà di ammettere anche i momenti difficili rende anche i miei sogni più realizzabili. “Il tipo di arte che faccio richiede una maturità personale”, aggiunge, “Io sono in pace con il mio percorso.”

Emma Ferrer Hepburn nel suo studio in Toscana

Le chiedo come abbia deciso di venire in Italia a studiare e interessarsi al mondo rinascimentale. Mi risponde che ha cominciato a venire in Italia a cinque anni per l’estate, poi tra gli undici e i quattordici anni come pendolare, solo successivamente si è trasferita a tempo pieno. A Los Angeles, città d’origine, non si sentiva stabile accademicamente ed emotivamente da un paio di anni. Quando si è stabilita a Firenze, una “culla di arte e di bellezza”, ha sentito subito una connessione con la città, piccola, dove si è sentita accolta. Qui ha sperimentato una rinascita personale. Ha sviluppato la sua sensibilità verso l’Umanesimo e il Rinascimento, facendola crescere e nutrendola. Mi dice che ci sono opere d’arte rinascimentali che le sono molto care, e viaggia spesso per vederle di persona.

Dalle sue parole si percepisce la sua stima verso gli artisti del passato e il suo rispetto per la loro arte, fonte d’ispirazione, di studio continuo.

Quadro in lavorazione, Emma Ferrer Hepburn

Parliamo degli aspetti tecnici della realizzazione delle sue opere. Per lei che si è formata come pittrice classica i materiali sono centrali. Alla Florence Academy of Art, dove ha studiato, ha imparato le tecniche dal periodo del ‘400 sino alla fine del ‘800. La sua base è la pittura ad olio, che prevede l’utilizzo di materiali tradizionali, ma si dice anche esplorativa. Costruisce in autonomia le sue tele e dice che per lei la “concettualità” di un’opera “deriva dall’inizio. Come preparo la tela, che supporto utilizzo, che sia lino o iuta, oppure legno o anche sasso.” Emma è molto concentrata sui materiali e sulle tecniche. “Il materiale è collegato al concetto e all’immagine finale.” Per certi quadri usa tele più fini che si prestano al dettaglio, ma molto più spesso usa un lino o una iuta con un poro molto grande e grezzo e va ad applicare una preparazione trasparente, oppure gesso bianco a strati, per creare livelli di trasparenza tra i vari strati. Mi dice che ama molto la crudezza, il grezzo del supporto che utilizza e lo vuole far risplendere anziché coprirlo.

Emma Ferrer Hepburn al lavoro

Le dico che i suoi quadri mi appaiono molto onirici. Non vi trovo la precisione dettagliata che posso trovare in Georgia O’Keeffe – pittrice che amo molto-, ma un lirismo particolare, dato dai colori terrosi che ricordano un Altrove e anche dai soggetti che sono innocenti, vittime sacrificali. Le chiedo come sviluppi il suo stile personale attraverso le pennellate, la scelta dei colori e come disporli. Mi dice che non ha mai cercato di creare un’estetica originale, piuttosto la sua pittura è intuitiva, emotiva, e radicata in una conoscenza anatomica e nella capacità di osservazione. Nella sua arte cerca di trovare immagini che rispondano proprio a questa intuitività e spiritualità. Qualcosa che va oltre la fisica dei corpi, qualcosa di metafisico. Si definisce rappresentativa e in questo senso realista, ma le interessa un’immagine dell’Altrove. Anche attraverso i colori della terra, dei dintorni della sua casa, pastellosi, il tratto del pennello, cerca la liricità, la poesia. Mi dice che la base tecnica è molto importante, ma poi è la visione personale di ciascuno a portare unicità.

The Scapegoat, Emma Ferrer Hepburn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

La sua unicità è fiorita in Toscana, un ambiente agreste, contadino, ricco per la rappresentazione animale. Il passato, le tradizioni, la storia, emergono in ogni luogo. Le chiedo se tutto questo alimenti la sua arte, il suo sguardo e la sua prospettiva, se sia il motivo per cui ha deciso di stabilire qui il suo studio oltre che la sua vita. “Assolutamente” mi dice. Quando era una giovane donna, a quattordici anni, è potuta maturare in un ambiente ricco di bellezza ed estetica e questo le ha permesso di formare la sua identità artistica. “Vivevo fuori Firenze, in campagna, con mio padre” aggiunge “e sono sempre stata molto colpita dalla natura, dal paesaggio toscano.” Questa sensazione non è andata a scemare. Per lei la Toscana è Casa, il luogo giusto in cui stare a livello d’anima. “Ci sono certi luoghi in cui uno si sente giusto, che deve stare lì”, mi dice, “e io ho questa cosa in Toscana. Dopo essere tornata qui, dopo sei anni che ho vissuto a New York, dove dipingevo e lavoravo, cercavo di mandare avanti la mia vita, avevo una mancanza proprio di anima, dentro di me, che bramava per quello che sentivo in Toscana, in Italia, che non avevo altrove. E quando sono tornata qui, quattro anni e mezzo fa, è rinata del tutto. Ho notato quanto è collegata la mia identità artistica e visione di pittura a questi paesaggi, queste storie di campagna, questi animali, persone. Poi anche la spiritualità che sento in questi luoghi.” Riesco a percepire il suo amore per quella terra anche a chilometri di distanza e, dalle sue parole, sento che questo luogo le appartiene tanto quanto lei appartiene a lui.

The Argive Ritual to the Warder of The Dead, Emma Ferrer Hepburn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

Parliamo ancora un po’ di alcune sue opere realizzate di recente e presenti in diverse collezioni. In “Lamb with Roses” (2024, collezione “The Scapegoat”), si percepisce la bellezza e la delicatezza dell’innocenza. In altri, come “Deer Hunt” (2024, collezione “Green Pastures”), si percepisce il senso di sospensione del tempo, il momento prima che la mano umana rapisca vite. In “The Argive ritual to the Warder of the Dead” (2024, collezione “The Scapegoat”), si percepisce invece un senso di straniamento, malinconia. Una tristezza profondamente radicata. Le chiedo, tra alcuni temi precisi, quale sceglierebbe come rappresentativo della sua arte. Mi dice che quelli che sente di più sono l’innocenzail sacrificiola solitudine e la morte. Sono quelli a cui torna più spesso, che esplora di più nella realizzazione delle sue opere.

Agnus Dei, Emma Ferrer Hepburn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

Lamb with Roses, Emma Ferrer Hebpurn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

Per concludere la chiacchierata le chiedo se ci siano artisti a cui si ispiri maggiormente. “Tantissimi. Per me il Dio della pittura a cui nessuno potrà mai arrivare è Piero della Francesca”, mi dice. “Ci sono tantissimi pittori che nutrono il mio lavoro, ma lui penso che abbia avuto proprio un dono, un talento, un’abilità che attraversava la spiritualità.” La sento illuminarsi di passione e amore per i grandi del passato. “Una bellezza veramente unica”, aggiunge. “Poi sono molto influenzata da Goya e da Manet.” Tra i pittori del ‘400 “Paolo UccelloMasaccio, ce ne sono tanti di quel periodo. Poi ci sono due pittori Svizzeri”, dice, “uno che si chiama Arnold Böcklin e uno che si chiama Félix Vallotton.” Per un periodo della sua vita si è appassionata molto all’arte di De Chirico. “Ci sono anche opere individuali che sono molto importanti per la mia pratica, ovvero il quadro “The Scapegoat” di William Holman Hunt, che è stato un po’ il fulcro di tutte le opere che ho creato per la mia mostra personale a NY.”

The Scapegoat, William Holman Hunt, 1854, National Museum Liverpool

Emma ha realizzato eponimi del quadro, riportando la sua versione, come ha fatto per l’opera “Agnus Dei” di Zurbarán. “In questo momento mi piace moltissimo Munch”, di cui mi consiglia una mostra a Roma.

Per salutarci le chiedo quando e dove si terrà la sua prossima mostra.

“A fine agosto, in un piccolo paesino del Belgio.”

Ci salutiamo, ma poi ci ritroviamo a parlare ancora di tanti argomenti. Mi dà il numero di un bravo agopunturista, con la naturalezza e semplicità con cui si condivide tra amiche. Emma è proprio questo: genuinità, calore umano.

Un giorno spero di riuscire ad incontrarla ad una sua mostra.

Il link della mostra che si terrà in Belgio, alla fiera QUARTIER KORTRIJK, tra il 28 e il 31 agosto: https://www.quartierkortrijk.be/?fbclid=PAQ0xDSwLodF1leHRuA2FlbQIxMQABp06xJdO4hIMjqeSrfHNnS_ow9IbKa0a7wXzJuEtmUG4emqogqFe78upHNF4W_aem_0meyYiLVildBG5zrfrgSEg

Il suo sito personale, dove potete visionare le sue opere: https://www.emmaferrer.com/

Margaret Morris’ Mermaids

Margaret Morris (10.3.1891- 29.02.1980) fu una ballerina, coreografa, pittrice e insegnante inglese.

Margaret Morris, via The Library Time machine’s scrapbook.

Portò avanti la sua passione per la danza sin dalla tenera età, rigettando i duri precetti e le regole imposte dalla danza classica tradizionale. Tra le posizioni forzate, gli en-dehors delle anche, Margaret si sentiva oppressa. Il movimento, quello vero, doveva nascere da una spinta di libertà del corpo. La tecnica era sicuramente fondamentale, ma mancava qualcosa nella danza classica che Margaret riuscì a trovare nella visione di Isadora Duncan e nella sua Rivoluzione del Movimento.

Nel 1909 conobbe Raymond Duncan, fratello della più celebre ballerina, che le insegnò le sei posizioni classiche della tradizione Greca. Queste divennero la base per i suoi movimenti e le sue coreografie, tanto da portarle un certo successo di critica e pubblico: a soli ventun anni la stampa la acclamò come la “prima donna attrice e manager”.

Margaret realizzò balletti, costumi di scena, dipinti, spingendo la sua creatività sempre un passo oltre quello che ci si aspetterebbe.

Ma fu nel 1917, con un progetto innovativo, che Margaret trovò una vocazione profonda. Nacque la prima summer school del paese e qualche anno dopo, nel 1922, nacque la prima scuola educativa dove le materie classiche venivano integrate da uno studio mirato della danza, della recitazione e della musica. Tra gli altri corsi previsti vi erano la pittura, il design, l’improvvisazione, la scrittura creativa di poesie e saggi, lo studio delle parole e gli aspetti più tecnici di organizzazione di una messa in scena.

Margaret pubblicò diversi libri per parlare della sua idea di movimento, che con il tempo integrò allo studio della fisioterapia.

Celebri sono le “Margaret Morris’ Mermaids”, le studentesse della summer school, che durante le gite al mare sulla spiaggia di Harlech, vennero immortalate in varie posizioni coreografiche di rara bellezza, emblema della filosofia di Margaret che conciliava la danza con l’educazione fisica più ampia e che credeva il movimento una fonte di benessere da poter portare avanti a tutte le età.

Margaret Morris’ Mermaids, 1920, From the Harris and Ewing collection, Library of Congress

Margaret Morris’ Mermaids, 1920, From the Harris and Ewing Collection, Library of Congress

Women dancing on Harlech Beach, video still from Miss Margaret Morris and her Merry Mermaids, BFI Newsreel.

Danzando le giovani donne sembrano riprendere movimenti catturati dalla fantasia di un pittore. Significativo il collegamento con il famoso quadro di Matisse.

Henry Matisse, The Dance, 1910, Hermitage, Saint Petersburg

Margaret Morris’ Mermaids, 1920 c.a., credit unknown.

Margaret Morris’ Mermaids, 1920 c.a., credit unknown

Margaret Morris’ Mermaids, 1920 c.a., From the Harris and Ewing collection, Library of congress

Per esplorare ulteriormente le coreografie e la bellezza dell’arte di Margaret, ecco alcuni link utili dove è possibile visionare filmati originali del tempo:

Per la visione del film: https://player.bfi.org.uk/free/film/watch-miss-margaret-morris-merry-mermaids-1922-online

L’artista hippie Bergamasco esponente dell’Art Brut

ECCO LA SORTE del CREATO quale FINESTRA a questo MONDO mi ha APERTO E il DESTINO MI ha PRESO in CONSEGNA nel CAMMIN di MIA VITA e per BONTÀ SUA mi TIENE ancora a BRACCETTO.  –  G.B.P.

Giovanni Battista Podestà (Torre Pallavicina 13.02.1895- Laveno 16.02.1976) nacque in una famiglia povera del panorama Lombardo.

Dodicesimo di tredici sorelle, subisce la perdita del padre prematuramente e ciò lo vede costretto ad abbandonare la scuola a dieci anni per dedicarsi al lavoro. Durante questi anni, sei delle sue sorelle muoiono di tubercolosi, lasciando la famiglia in un profondo dolore.

La situazione europea si fa difficile e, all’alba del 1914, Giovanni viene chiamato al fronte dove viene ferito e fatto prigioniero. Qui, tra paura e disaccordo per le manifestazioni violente, subisce un trauma indelebile. La sua natura pacifista emerge durante il conflitto, ma poco può di fronte ai grandi eventi del mondo.

Si trasferisce a Laveno, sul Lago Maggiore, e trova lavoro in una fabbrica di ceramiche. Nel 1922 incontra una donna, Maria Nobili, che diventa ben presto sua compagna di vita e madre delle sue due figlie.

Durante questi anni comincia ad avvicinarsi all’arte, completamente da autodidatta, come forma di espressione dei moti interiori dell’animo umano. Inizialmente si dedica alla pittura ad olio, prevalentemente di stampo religioso cattolico. In questi anni dà vita a decorazioni classiche di piatti, credenze e dipinge il divano di casa.

Cassapanca e divano, Giovanni Battista Podestà, tempera su legno, copyright dal sito ufficiale rimosso dal web.

Allo scoppio della II Guerra Mondiale, viene richiamato nell’esercito come supervisore dei trasporti ferroviari vicino a Parma.

Dal 1945 la sua visione artistica cambia. L’influenza neoclassicista che lo aveva animato in precedenza, subisce una mutazione. Alla pittura ad olio sostituisce la scultura e i bassorilievi, realizzati con colla, segatura, specchi e materiali di recupero.

Il fil rouge della sua filosofia è la perdita dei valori tradizionali in favore del consumismo.

Proprio in questi anni realizza anche degli abiti che indossa ogni giorno come manifestazione della sua realtà interiore.

Nelle lunghe passeggiate quotidiane, accompagnato da un bastone ornato con gli episodi della sua vita, intrattiene le persone che lo fermano per strada, incuriosite dai suoi look. Porta una lunga barba e capelli da hippie, una cravatta ornata che rappresenta un becchino e uno scheletro, ed un anello con una testa di morto. Il suo stile unico lo fa un ribelle che si approccia alla vita con colore e esuberanza.

Manteau, chapeau et parapluie,Giovanni Battista Podestà, sans date
vêtements et parapluie peints, 115 x 60 x 45, © crédit photographique, Collection de l’Art Brut, Lausanne

Portrait de Giovanni Battista Podestà, photo: Marischa Burckhardt, © crédit photographique, Collection de l’Art Brut, Lausanne

Il suo rapporto con la religione è talmente stretto che ogni venerdì santo scala la collina, portando sulle spalle la sua personale croce.

Giovanni Battista Podestà con la sua croce e il suo bastone.

Dal 1954, anno della pensione, si dedica completamente alla realizzazione di opere artistiche.

La vita scorre regolare, fino alla morte della moglie nel 1974, anno in cui tutto cambia.

Giovanni non si riprende dal lutto e la perdita della compagna rappresenta per lui un dolore indicibile, al punto tale che smette di creare.

Nel 1976 muore, lasciando parte delle sue opere alla famiglia, alcune a collezionisti e altre, esigue, a diverse gallerie.

Si possono trovare esposizioni dei suoi lavori alla Collection de l’Art Brut di Losanna e alla Halle de Saint-Pierre a Parigi.

Il sarcofago, Giovanni Battista Podestà, sans date
sculpture, techniques mixtes, 34 x 50 x 54 cm, © crédit photographique,
Collection de l’Art Brut, Lausanne

Il mostro, Giovanni Battista Podestà, sans date
sculpture, techniques mixtes, 80 x 66 cm,© crédit photographique, Collection de l’Art Brut, Lausanne

La sua arte convoglia un simbolismo misterioso ed affascinante, con echi di storia contadina Bergamasca, con influenze medievali, cristiane e kitsch.

Ad oggi rimane un artista minore, poco conosciuto, ma dignitosamente apprezzato nel panorama di quell’arte, definita Brut, nata in seno alla “pazzia” e alla stravaganza di chi non ha mai voluto affidarsi a scuole o accademie.

Alcuni link utili: https://christianberst.com/en/artists/giovanni-battista-podesta#artworks

Info utili: https://web.archive.org/web/20131005172838/http://www.artbrut.ch/fr/21004/1022-5/auteurs/podesta–giovanni-battista

Il sito web:

https://web.archive.org/web/20190109181832/http://www.podestagiovannibattista.it/#go_page_99