Si è spento tramite suicidio assistito, un grande regista del cinema del novecento.
Non fu, in verità solo un regista.
Cominciò la sua carriera come un critico di cinema, appassionato sì, ma molto radicale nelle sue idee.
Da lì prese la strada dei cortometraggi e fu solamente nel 1959 che sperimentò con i lungometraggi con l’opera “Fino all’ultimo respiro”, capostipite che diede il via all’era Godardiana.
Esponente illustrissimo della “Nouvelle Vague”, termine coniato nel ’57, cominciò a porre l’accento su un cinema differente, opposto al classico “cinema di papà” che al tempo andava di moda.
Il senso delle opere non era più attorno all’attore o alla scenografia, bensì attorno al regista stesso che, come uno scrittore, apre le pagine del proprio diario interiore per realizzare qualcosa di personale ed intimo, oltre ogni aspettativa.
Nascono quindi nuovi modi di girare e realizzare questi piccoli capolavori.
Diventa importante l’elemento della luce, non più accentuata da proiettori, ma solamente dalla sua essenza naturale, che permette di creare familiarità con i personaggi nonchè vivo realismo. I protagonisti sono di solito amici o conoscenti e le ambientazioni usate sono gli appartamenti e le case dei vari partecipanti, andando ancora una volta a scardinare le imposizioni del cinema del tempo. Anche le vie e le traverse rappresentano un terreno fertile per la cinepresa che mira ad estrarre dalla realtà ogni goccia di ispirazione, volendo portare alla luce dello spettatore lo “splendore del vero”.
Abbraccerà le idee Marxiste che riproporrà nel cinema, arrivando anche allo sperimentalismo con il gruppo “DZIGA VERTOV” che prevedeva la realizzazione di opere collettive in cui perde importanza il protagonismo del singolo per assumerne, invece, la collettività.
Fu, fino al suo ultimo respiro, una pietra miliare di quella sottile ed eversiva arte celebre ai cineasti di tutto il mondo.
Godard vinse il leone d’oro nel 1984 e l’Oscar alla carriera nel 2011, due grandi manifestazioni di riconoscimento del suo talento.
I preparativi sembrano essere molti per mettere in scena uno spettacolo che potrà rimanere nella storia. Tra il pubblico ci sono i simbolisti e il famoso Toulouse- Lautrec, cliente abituale della music-hall che detiene il nome ormai noto tra il chiacchiericcio delle persone.
La star indiscussa sarà ancora una volta lei: Loïe.
In questo momento è agitata, lo è sempre quando deve esibirsi, ma ama tantissimo quello che fa e sente dentro di sé la forza per entrare in scena.
Nata a Fullersburg in Illinois, sotto il segno del Capricorno, nel 1862.
Sin dalla tenera età si è esercitata nelle rappresentazioni teatrali, sognando dentro il proprio cuore di diventare un’attrice di teatro.
La vita l’ha sicuramente favorita ponendola tra coloro che sembrano baciati dalla fortuna.
Loïe è bellissima e determinata: vuole realizzare tutti i suoi sogni e la vita, per miracolo, l’accompagna mano nella mano verso un futuro di successo e di meraviglia.
Loïe è pronta.
Indossa la sua famosissima gonna.
Vuole ancora una volta fare la sua danza serpentina, quella che ha inaugurato a New York, in un Febbraio molto lontano, nel 1892.
Si ricorda del successo della sua esibizione al punto tale che ha cercato di rielaborare il numero molte volte. Una in particolare l’ha portata a realizzare una gonna di seta, quella seta che ama sin da bambina, lunga 450 metri, per l’opera “Le Lys du Nile” del 1895. Con i veli si è esibita in una danza in cui il corpo era un parziale protagonista, per fondersi con il movimento stesso della seta. Ha creato forme che normalmente il suo fisico alto non sarebbe stato in grado di creare.
Sa bene, tuttavia, che la luce deve fare il suo spettacolo allo stesso modo dei tessuti.
Continua a studiare nuovi brevetti, che moltissime persone sembrano volerle rubare, ma lei sa che dietro la porta ci sarà un’altra idea brillante. Ha fiducia in sé e nella sua arte. Come quando ha realizzato delle fiamme, finte ovviamente, ma che potevano sembrare vere durante la performance e questo ha provocato uno stupore irripetibile nei suoi fan.
La luce è tutto. Serve anche a far emergere i colori che sceglie sempre accuratamente, evitando il giallo che appassisce e il malva che addormenta.
Le sue idee sull’illuminazione l’hanno addirittura portata a diventare membro della società di astronomia francese.
A questo punto della sua vita ha realizzato opere al pari di Leonardo Da Vinci, unendo sapientemente l’arte e la tecnica per realizzare qualcosa di duraturo.
Loïe è una donna realizzata. Ha una scuola di danza a Parigi, finanzia la famosa collega Isadora Duncan ed è destinata ad essere ricordata dalle generazioni future perché ha influenzato l’Art Nouveau in maniera fondamentale.
Ha addirittura esposto all’esposizione Universale di Parigi del 1900.
Insomma sa che ha ottenuto tanto, ha realizzato tanto.
Qualche volta si commuove di tutta la bellezza che è riuscita a creare ed è grata dentro il suo cuore di poter fare quello che fa e amarlo totalmente.
La vita è stata buona, alla fine, ricca e abbondante.
Pensando a Playboy la prima cosa che ci viene in mente sono i costumi succinti delle sue famose “Bunnies”. In pochi sanno che dietro a quei costumi che ancora oggi – volenti o nolenti- rappresentano un elemento di sensualità c’era la mano esperta di una sarta e stilista nera.
Zalda Wynn Valdes era la primogenita di sette figli.
Cresciuta a Chambersburg, Pennsylvania imparò a cucire osservando la sarta della nonna durante le sue interminabili ore di lavoro. Un tempo i vestiti non erano prodotti industrialmente, ma venivano cuciti su misura e per questo motivo era facile imbattersi nell’arte del cucito che era insegnata ad ogni giovane ragazza.
Zelda al lavoro
La prima occasione che la vide protagonista della realizzazione di un vestito fu quando sua nonna le chiese aiuto. Nonostante sembrasse alquanto improbabile che la giovane riuscisse a realizzare qualcosa su misura per la nonna giunonica, Zelda ci riuscì egregiamente realizzando un abito perfetto.
Terminata la scuola nel 1923 andò dritta a lavorare presso il negozio di sartoria dello zio, a White Plains (NY).
Fu solamente nel 1948 che riuscì ad aprire la sua boutique, “Chez Zelda”, dove realizzava abiti di tutte le misure per la sua clientela. Situato a Broadway, fu il primo negozio di una donna nera a comparire sulle strade di Manhattan.
Ella Fitzgerald in un abito di ZeldaJoyce Bryant in un abito di Zelda
La sua arte era studiata e raffinata dall’occhio attento e da una mano precisa, nonchè dalla sua interminabile creatività ed eccentricità.
I suoi vestiti erano fatti per abbracciare le curve delle donne in modo tale che potesse emergere l’elemento sensuale, senza mai cadere nel cattivo gusto, per mantenere classe e portamento.
Tra le sue famosissime clienti vi erano Josephine Baker, Diahann Carroll, Marlene Dietrich e Mae West.
I suoi vestiti, rigorosamente realizzati sulle misure esatte delle singole personalità, avevano un costo di circa 1000 dollari al pezzo.
Pagati a peso d’oro per gli anni di cui stiamo parlando, erano però dei capolavori di sartoria difficilmente riproducibili al giorno d’oggi e totalmente esclusivi.
Famoso è l’abito che accompagnò all’altare Maria Ellington nel 1948, il “blue ice”.
L’abito “blue ice” di ZeldaZelda posa di fronte a una sua creazioneJoyce Briant in un abito di Zelda
La sua abilità però non stava solo nel realizzare abiti meravigliosi per la gente bene newyorkese, ma si concretizzava anche nella realizzazione di costumi di scena per vari artisti.
La stilista definì il look di Joyce Bryant, cantante famosissima al tempo, che però non aveva un look sufficientemente prestante alle sue performance.
L’abile attenzione di Zelda le permise di indossare abiti che potessero lasciare scoperte le spalle e conferirle un’aura di sensualità facendo emergere la sua figura a clessidra, cosa che la fece decollare tra l’olimpo dei grandi della musica.
Anche Hugh Hefner apprezzò le sue linee.
Le venne infatti commissionata la realizzazione dei costumi delle conigliette di Playboy.
La divisa, ancora oggi nota, consisteva in un corpetto colorato, piuttosto tagliato sui fianchi in modo da allungare le gambe delle modelle, una coda da coniglietto, un paio di orecchie, polsini, un collare e un papillon. Il taglio sartoriale prevedeva una cucitura sotto al seno, in modo da valorizzare ancora una volta le forme.
Le conigliette di PlayboyJoyce Bryant in ZeldaJoyce Bryant in ZeldaJoyce Bryant in ZeldaJoyce Bryant in una creazione di Zelda
Dal 1970 fino alla sua morte, Zelda si occupò di lavorare per il teatro. Fu la chiamata di Arthur Mitchell, primo ballerino (e primo ballerino nero con questo ruolo) della compagnia del New York Ballet, che la convinse. A Mitchell serviva una costumista di scena per realizzare qualcosa di grandioso per la nuova compagnia che stava creando.
Grazie a questa nuova possibilità Zelda potè confrontarsi anche con il mondo della danza.
Celeberrimo è il suo approccio ai costumi di scena. Fino ad allora le ballerine usavano esclusivamente la calzamaglia rosata durante le loro esibizioni. La Valdes, reduce da una vita all’insegna del razzismo imperante, decise di realizzare delle calze che fossero in tinta con l’incarnato delle singole ballerine, in modo da rendere la rappresentazione più vera e al tempo stesso più inclusiva di ogni provenienza e etnia.
Costumi di scena realizzati da Zelda
La sua vita fu una serie di successi inaspettati per il tempo. La sua arte aprì le porte a numerose altre stiliste di colore, che trovarono in lei il punto di forza e l’ispirazione per un futuro migliore.
Come disse in un’intervista:
” I just had a God-given talent for making people beautiful”
Il 16 Agosto del 1972 Stefano Mariottini, un sub dilettante, stava facendo immersioni a largo di Riace Marina, in provincia di Reggio Calabria.
Si era spinto fino a una distanza di trecento metri dalla riva, quando scorse un braccio emergere dalla sabbia sottostante. Si trovava a circa otto metri di profondità e sembrava piuttosto grande.
Questo fu l’incipit di uno dei ritrovamenti storico-artistici più rilevanti degli ultimi cinquant’anni.
Scavando con tecniche più raffinate e con l’aiuto di esperti del settore si scoprirono due grosse statue di bronzo che vennero rinominate I “Bronzi di Riace”.
Le due statue, principalmente bronzee, ma con dettagli in altri materiali come le ciglia in rame, la sclera degli occhi in avorio, nonchè l’utilizzo di argento e calcare, risalgono al V a.C. e sono di origine Greca.
Dopo la loro scoperta prese il via il restauro, durato fino al 1980, volto alla pulizia e alla sistemazione di alcune parti, oltre che allo studio della struttura e del metodo di realizzazione.
Da questi studi emerse che probabilmente la statua denominata “bronzo A” risaliva al 460 a.C., mentre la seconda, il “bronzo B”, al 430 a.C.
Inoltre non tutte le parti delle statue erano state realizzate nello stesso periodo, alcune erano infatti posteriori, come il braccio del bronzo B.
La datazione rimane comunque incerta, così come gli artisti che li realizzarono.
Alcuni studiosi dicono che il reperto A sia da attribuire alla mano precisa di Fidia e il B ad un altrettanto famoso Policleto, tuttavia non si hanno informazioni certe che possano chiarificare l’origine di queste immense e pregiatissime opere d’arte.
Fatto che sembra assodato è che rappresentino divinità o eroi, come si soleva fare nel periodo in cui sembrano essere state realizzate. Al tempo infatti solamente dei personaggi di natura “superiore” venivano rappresentati come modelli ammirabili da tutti.
Anche la provenienza è incerta. Alcuni studi le ricollegano al famosissimo santuario di Delfi, dove si pensa fossero collocate lungo la via sacra che portava al santuario della Pizia.
Si sa poco anche del motivo per cui siano state trovate in acqua al largo di Riace. Forse una nave che è affondata o forse delle esigenze di peso hanno fatto sì che i Bronzi si depositassero sul fondale e ne fossero ricoperti dai lenti movimenti ondosi della zona.
Tuttora sono collocate nel museo nazionale di Reggio, dove possono essere ammirate nella loro totale bellezza (e grandezza!)
Bruce Pennington, annata 1944, è un pittore inglese noto, soprattutto, per la sua arte sci-fi in cui ritrae elementi puramente naturali amalgamati a elementi extraterrestri.
Nel corso della sua esistenza ha realizzato diverse copertine di libri fantascientifici tra cui le opere di Asimov, Smith e Heinlein.
Le sue illustrazioni mettono in luce il contrasto tra la società e l’elemento fantascientifico, quasi sempre distopico, venuto a conquistare. I colori sgargianti e le ambientazioni apocalittiche sullo sfondo di vicende umane e non umane, riescono a realizzare il connubio perfetto per un film di fantascienza.
The alien way, Bruce Pennington, 1971The pastel city, Bruce Pennington, 1971On a planet alien, Bruce Pennington, 1975
Tra la sua produzione troviamo anche illustrazioni di mondi alternativi, apprezzatissime e iconiche, con lune orbitanti mai viste e pianeti che spuntano sull’orizzonte. L’elemento extraterrestre è sempre presente dal 1967, anno in cui per la prima volta l’autore ha sviluppato l’interesse per questa realtà.
Fungus Gigantica, Bruce Pennington, 1990Impossible possibilities, Bruce Pennington, 1973The heaven Makers, Bruce Pennington, 1974
Le sue opere ricordano elementi di un passato futuristico alternativo, con guerre, battaglie e vicende degne di tutti i pianeti del sistema solare e alleanze tra umani ed esseri alieni capaci di nutrire le narrazioni di storie dal sapore lontano.
Un capolavoro di arte e fantascienza.
New Maps of Hell, Bruce Pennington, 1968Children of Tomorrow, Bruce Pennington, 1972
«A tutti coloro che vengono in questo luogo felice: Benvenuti. Disneyland è la vostra terra. Qui l’età rivive i bei ricordi del passato, e qui i giovani possono assaporare le sfide e le promesse del futuro. Disneyland è dedicato agli ideali, ai sogni e ai fatti che hanno creato l’America, con la speranza che sarà una fonte di gioia e ispirazione per tutto il mondo.»
Recitò queste parole Walt Disney, il 17 Luglio del 1955 quando, di fronte a una folla di seimila invitati e oltre ventiduemila non invitati, apriva le porte del famoso parco che ancora oggi è protagonista delle fantasie di bambini e adulti di tutto il mondo.
Situato in un aranceto ad Anaheim, Los Angeles, la sua costruzione cominciò nel 1954 e si protrasse per l’intero anno successivo, con oltre duemila addetti ai lavori. L’idea di un parco a tema sorse al signor Disney tra gli anni ’30 e ’40, quando, memore delle sue avventure giovanili nei Trolley Park e negli Electric Park, tanto in voga all’epoca e fulcro dei divertimenti e delle serate danzanti della società americana tra l’800 e il 900, decise di costruire qualcosa che fosse sia un luogo di svago per i più piccini, sia un luogo di svago per gli adulti.
In quel lontano 1954 non si sapeva ancora che ben presto quel parco che sembrava un’idea troppo grande per essere realizzata sarebbe diventato negli anni il fulcro di una cultura che si estende fino al XXI secolo.
Il costo fu di 17 milioni di dollari, alcuni ricavati tramite ipoteche e altri in prestito da emittenti televisive, come l’ABC, in cambio di vari benefici.
Il giorno dell’inaugurazione, presieduto anche da Ronal Reagan, fece un boom di ascolti mai visto prima per l’apertura di un parco. Si stima che circa 70 milioni di persone si collegarono per assistere allo spettacolo, con inno nazionale, che doveva dare il via alla storia di Disneyland.
Quel medesimo giorno a causa della troppa affluenza non prevista, a causa del caldo, dello sciopero degli idraulici che dovevano fare manutenzione alle fontane, e a molti altri imprevisti, fu un giorno definito come nero. Poche persone si divertirono e generalmente le opinioni furono negative poiché erano finite le scorte di cibo e di bevande (la famosa pepsi che sponsorizzava).
Ma passato il primo ostacolo il parco trovò presto il suo ritmo aprendo, in meno di due mesi, varie attrazioni nuove e garantendo divertimento per tutta la famiglia. Così questa storia inaspettatamente ebbe e tutt’ora ha il suo lieto corso e da questo singolo parco ne aprirono molti altri in varie parti del mondo. Il giorno dell’inaugurazione di Disneyland rimane il compleanno più famoso che un parco a tema abbia mai visto, con dozzine di facce felici e meravigliate di fronte alla grandiosità di questa impresa.
Bambini che corrono per l’apertura di Disneyland,1955Bambini sulle tazze,1955Parata di Disneyland,1955Ballerine che si riposano gustando una pepsi, Disneyland,1955Bambina su una giostra, Disneyland,1955L’attore Ronald Reagan,17 Luglio 1955, DisneylandBambini in posa con Topolini e Minnie, Disneyland, 1955Parata di Dumbo, Disneyland, 1955Barca piena di turisti sul laghetto artificiale di Disneyland,1955Walt Disney, Disneyland, 17 Luglio 1955Parata in Main Street, Disneyland, 17 Luglio 1955Debbie Reynolds, Disneyland, la prima settimana di apertura,1955Bar a Disneyland, 1955Giostra a Disneyland,1955Famiglia a Disneyland,1955
Al 9 rue git le coeur, nel quartiere latino di Parigi, famoso per la sua movida, sorge un hotel quattro stelle chiamato Relais hotel du Vieux Paris.
La struttura portante, oggi rinomata come boutique hotel, un tempo ospitava un luogo magico e fiorente: il Beat hotel.
Popolare meta di artisti e scrittori, tra gli anni ’50 e ’60, vide nei suoi corridoi e nelle sue stanze la creazione di opere- Basti pensare a “Kaddish” o a “Naked Lunch” -che rimangono ancora oggi il cardine della Beat Generation.
L’hotel disponeva di 42 stanze e minimi standard di igiene, cosa che oggi verrebbe considerata inammissibile. Il prezzo era modesto, 50 centesimi a notte, con acqua calda solo il giovedì, il venerdì e il sabato, e una singola vasca da bagno per potersi lavare nel seminterrato, da prenotarsi con largo anticipo.
I proprietari, i Rachou, erano ospitali e abbastanza di manica larga per quanto riguarda le regole. Si poteva far uso di droga e fumare hascisc, l’odore veniva perdonato dalla polizia tramite succulenti sandwich che la padrona di casa preparava costantemente.
Madame
Qui la creatività doveva poter fluire incessantemente. Tra cene preparate da Madame Rachou e discorsi al bar, l’arte veniva costantemente alimentata dalla comunità presente in maniera vivace e allegra.
Madame con diversi artisti
Il nome venne dato da uno degli illustri personaggi che bazzicavano al suo interno. Gregory Corso fu infatti colui che lo rese la meta preferita degli artisti Americani (e non) che stavano vivendo il loro intenso momento parigino alla ricerca di una più profonda connessione con la loro anima.
Tra essi vi erano Ginsberg, Orlovsky, Burroughs, Gysin, Norse e altri.
William Burroughs nella sua stanzaGinsberg e Orlovsky,1957Gregory Corso nella sua stanza fotografato da Ginsberg
Una pratica tipica per coloro che non riuscivano a permettersi di pagare l’affitto delle stanze era quella di dedicare poesie, tele, scritti di vario genere alla proprietaria.
Lei stessa, memore di un’esperienza lavorativa in un locale frequentato da Picasso, decise di concedere agli artisti la possibilità di arredare e dipingere le proprie stanze a loro piacimento. L’hotel divenne quindi un luogo eclettico e alternativo, punto cardine della vita beat parigina, luogo di ritrovo fondamentale per la visione alternativa che questo movimento portava avanti.
Come disse Verta Kali Smart sulla rivista “Left Bank this month”, il beat hotel pareva un luogo lasciato al caso, ma la clientela era selezionatissima. Per entrare bisognava avere l’aspetto di un artista, con una tela sottobraccio, o dire le cose giuste e avere le giuste conoscenze. Chiunque avesse qualcosa di importante da dire e fosse una personalità nel suo ambito era ammesso.
Fotografia di Harold Chapman
L’avventura beat durò fino al 1963, quando ormai madame, rimasta vedova da 5 anni, non potè più gestire l’hotel e la sua vita alternativa. L’ultimo ad andarsene fu Harold Chapman, che aveva documentato nel corso del tempo la presenza di vari artisti.
Harold Champman, self-portrait.
La struttura venne venduta, ma ancora oggi rimane un luogo centrale della cultura parigina e americana.
Molti artisti rimasero con l’amaro in bocca per la decisione della vendita e continuarono a guardare con un pizzico di malinconia agli anni passati nel cuore Parigino.
Nel 1997 Burroughs scrisse in uno dei suoi diari:
“Can I bring it back, the magic and danger of those years in 9 rue Git-Le-Coeur and London and Tangier—the magic—photographs and films.”
Oggi rimane un’insegna, unico elemento che ricorda il passato glorioso di quel posto. Negli anni si sono susseguiti cambiamenti e vicende che ne hanno alterato profondamente l’aspetto, ma non l’essenza originaria che permane, se non altro, nel ricordo della sua storica grandezza.
Nel 1957 la rivista Sport Illustrated chiese a Toni Frissell un servizio fotografico su Nantucket. Dal suo lavoro emerge un passato fatto di sport, sole, mare e bella vita.
Nantucket è un’isola sulle coste del Massachusetts, 25 miglia a sud di Cape Cod, mangiata dall’oceano Atlantico e dai suoi venti, corrosa dal sale e immersa nel profumo di salsedine.
Il suo nome, di origine indiana, significa “isola lontana”.
Lo stesso Ralph Waldo Emerson disse che Nantucket trasmetteva la sensazione che ogni cosa bella immaginabile potesse ancora succedere e in parte è così.
Spesso paragonata a Martha’s Vineyard, sua vicina a ovest, risulta essere la meta di diverse personalità nel corso dei decenni, prevalentemente artisti di vario calibro e scrittori in cerca di un porto sicuro in cui rilassarsi e magari affrontare il temibile blocco.
I suoi colori particolari, le sue fioriture e i suoi alberi, nonchè le sue spiagge sconfinate, hanno attratto l’occhio attento di molti interessati anche al suo stile di vita peculiare.
Non bisogna però pensarla solo come un piccolo paradiso di macchie colorate e cieli azzurri, l’isola infatti regala abbondanti piogge e spesse nebbie che riuscirebbero a stressare anche il più calmo dei suoi cittadini.
Meta chic della gente “bene” americana, ha regalato sin dagli albori momenti di divertimento e spensieratezza tra partite di golf, tennis, cocktail su terrazze e bagni solari abbracciati dal suono del suo perpetuo moto ondoso.
La Frissell riuscì a cogliere l’aspetto più umano e interessante della cultura isolana del tempo, quando le vecchie signore uscivano per l’Happy hour imbellettate di tutto punto, con collane di perle e bracciali d’oro, per sorseggiare alla luce del tramonto un drink accompagnato da assaggi a base di pesce.
Guardando queste fotografie riesce a emergere il sogno lontano e la magia che un tempo abitava quest’isola e che forse può essere ancora scorta nei moderni scatti fotografici di un iPhone.
A noi comuni mortali spetta solo la visione lontana di questo piccolo gioiello oceanico, ma forse basta per alimentare in noi il sogno americano che ha addolcito l’esistenza di molte generazioni.
Sulla 54° West- street, tra la 7° e l’8° Avenue di Midtown Manhattan (NY) sorgeva un tempo un insolito teatro, realizzato nei primi del ‘900 e inaugurato nel 1927 come Gallo Opera House.
Al tempo della sua costruzione nessuno sapeva che in una cinquantina di anni sarebbe diventato un punto cardine della movida Newyorkese, centro di feste stravaganti e luogo di ritrovo per i grandi della musica, della moda e del cinema.
Era il 26 Aprile 1977 quando fu inaugurato come una nuova discoteca, con luci stroboscopiche e la promessa di musica fino alle ore piccole del mattino.
Sotto la sapiente guida di Steve Rubell e Ian Schrager venne denominato Studio 54.
Lo studio, organizzato su diversi piani, era una vera e propria discoteca che poteva ospitare diverse centinaia di ospiti.
La politica interna prevedeva la presenza di almeno il 20% di ospiti omosessuali e almeno il 10% di ospiti trans e lesbiche, volendo essere un luogo inclusivo, centro propulsore della rivoluzione sessuale che in quegli anni dilagava negli Stati Uniti.
Per entrare bisognava pagare un salatissimo biglietto, ma non solo. Importante, anzi fondamentale, era il vestiario, chic e d’avanguardia, e l’aspetto fisico. Rubell stesso faceva selezione all’ingresso, tra i numerosi fan stanziati di fronte alle transenne, pronti ad entrare per festeggiare in grande stile.
Come disse lo stesso Andy Warhol ” era una dittatura all’entrata e una democrazia sulla pista da ballo”.
Mandatory Credit: Photo by Guy Marineau/Shutterstock (7552849a)
Pat Cleveland on the dance floor during Halston’s disco bash at ‘Studio 54’.
Halston’s disco bash at Studio 54, New York, USA – 12 Dec 1977
Altra particolarità del locale era la moltitudine di star che partecipavano alle serate a tema, sempre diverse e innovative. Modelle del calibro di Bianca Jagger, artisti come Andy Warhol, personalità della musica e del cinema come Michael Jackson e Robin Williams si mischiavano ai “comuni mortali” in un eclettico assembramento non convenzionale.
Alcol a fiumi e droga erano l’ingrediente vincente delle feste del sabato sera. A ciò si aggiungevano ballerine in topless, camerieri in copri-genitali, sesso libero (orge comprese) ed ogni tipo di evasione alla quotidianità.
Bianca Jagger, il 2 maggio del 1977, per festeggiare il suo trentaduesimo compleanno, entrò nel locale montando un cavallo bianco in un completo di Yves Saint Laurent. Insomma: tutto era concesso!
Vietatissime invece le fotografie e i filmanti dei giornalisti: quello che succedeva all’interno del locale doveva rimanere all’interno del locale.
Singer Diana Ross, who first became popular as a member of the Supremes, makes a limbo-like move on a New York dance floor while in town for an engagement.
La movida durò solo 3 anni. Nel Febbraio del 1980 infatti i proprietari vennero accusati di frode fiscale e condannati a 13 mesi di prigione. Inoltre vennero trovate ingenti quantità di droga, prevalentemente cocaina, nel soffitto di alcune stanze, un deposito che veniva garantito per sballare gli ospiti del club.
Il club venne chiuso definitivamente nel 1986, quando ormai le serate erano sprofondate nella noia e nella convenzionalità e gli ospiti illustri avevano cambiato gusti in fatto di feste.
Il sogno del ritrovo senza freno agli eccessi finì presto e miserabilmente lasciando solamente il ricordo lontano delle fatiscenti serate.
Guardando i cartoni animati viene da chiedersi chi sia l’autore dei disegni che prendono vita sullo schermo, chi abbia pensato il personaggio e abbia fissato su carta le sue fattezze fisiche. In un’era dedicata al digitale sembra essersi dimenticati delle grandi menti illustratrici che, nei primi anni del ‘900, ci regalavano piccole opere d’arte di singolare bellezza.
Prima che la Disney ci proponesse linee addolcite e un po’ gonfie, colori sgargianti e personaggi più accessibili delle belle principesse del passato, c’erano le illustrazioni oniriche di Kay Nielsen.
Danese di origine, crebbe in una famiglia dedita alle arti che gli permise di curare la sua abilità nel disegno. Educato a Parigi cominciò a lavorare sin dal 1913, realizzando tavole e illustrazioni per libri.
In pochi anni diventò l’illustratore più famoso della penisola Scandinava grazie alle sue linee raffinate e mai banali e all’uso sapiente del dettaglio come elemento fondante il disegno.
La sua arte era frutto di un’attenta ricerca dei particolari, da un preciso studio delle geometrie e dei colori. Su modello dell’art Nouveau, Nielsen realizzava tavole con figure allungate, ricche di dettagli e ghirigori con uno stile che gli permise di distinguersi tra molti. Nei suoi disegni spiccano gli elementi floreali e orientaleggianti e i personaggi sembrano sempre provenienti da un mondo altro, onirico forse, lontano dalla consueta realtà in cui si viene inevitabilmente catturati per potersi immedesimare nella storia.
Spesso emerge anche una certa malinconia, una tristezza velata e anche qualche elemento di oscurità nelle sue opere che tuttavia non le tramuta in pesantezza, ma piuttosto in velata austerità.
Realizzerà le illustrazioni per la traduzione de “Le Mille e Una notti”, che rimarranno tristemente sconosciute fino dopo la sua morte. In queste tavole prevale lo sguardo orientale, sapientemente realizzato con combinazioni di forme e dettagli, ponendo sempre l’accento sullo stile degli abiti dei personaggi e sui colori vividi.
Nel 1922 illustrò le famose favole di Hans Christian Anderson e dei Fratelli Grimm. Da “La Principessa sul pisello” a “Hansel e Gretel”, realizzò alcune delle sue opere più famose proprio in questi anni.
Il prestigio gli permise di trasferirsi negli Stati Uniti dove cominciò a lavorare per la Walt Disney Company nel 1939.
Qui cominciò a lavorare a diverse produzioni, tra cui “Fantasia” dove con la sua abilissima mano fornì spunti per alcune scene in particolare.
Successivamente prestò le sue idee per un concept sulla “Sirenetta”, incentrandosi principalmente sullo stile del periodo, meno dettagliato e più improntato su una visione anni 30-40. Nonostante la sua visione innovativa, l’opera non venne mai realizzata con i suoi disegni originari.
La sua permanenza nella grande famiglia Disney durò solo quattro anni, un periodo breve, a causa principalmente dei tagli ai costi che la nuova politica aziendale voleva promuovere.
In “They drew as they pleased: the hidden art of Disney’s Musical Years” Didier Ghez riporta come Nielsen fosse un artista di grandissimo calibro, ma piuttosto lento nel suo lavoro, elemento da collegare al suo profondo perfezionismo e alla ricerca della bellezza. Questo suo aspetto peculiare finì per farlo licenziare malamente poiché i costi per sostenere il suo lavoro erano diventati ingenti e intollerabili.
Finì la sua vita in relativa povertà, avendo perso la fama acquistata negli anni.
La Disney ammira ancora oggi i suoi lavori, come moltissimi critici d’arte.
La sua arte, ispirata, come disse, da Henrik Ibsen, rimane negli anni un segno distintivo di una visione lontana, poetica, fantastica, che nessuno è mai riuscito a realizzare prima (e dopo) di lui.
Sarebbe stato molto interessante poter vedere altri disegni messi in scena in altre produzioni.