Donne d’arte: l’arte sospesa di Emma Ferrer Hepburn

È un venerdì come tanti altri. Al mio risveglio mi si presenta davanti un cielo plumbeo che pare carico di pioggia. L’aria è frizzante, fresca persino, per via degli acquazzoni dei giorni precedenti. Chiamo Emma alle due del pomeriggio e lei risponde subito. Dall’altro capo del telefono sento una voce dolce e gentile. In poco tempo scopro che è facile parlare con lei e l’agitazione che mi ha accompagnata nelle ventiquattr’ore precedenti lascia il passo a una sensazione di comfort e serenità.

Emma è un’artista. Si è interessata alla pittura sin da quando era bambina, con naturale inclinazione. Mi dice che ha sempre fatto corsi extracurricolari e portava avanti la passione per la danza classica. Alle medie ha capito che la sua chiamata era la pittura e l’ha alimentata frequentando corsi estivi in varie università, come il Pratt Institute e la Rhode Island School of Design. Qui, a contatto con giovani artisti, per periodi anche lunghi sei settimane, si è trovata a suo agio. Le chiedo com’è stata accolta dalla sua famiglia la sua decisione di diventare artista. Mi risponde in tono pacato che non è mai stato un problema, anzi. Le uniche perplessità che hanno mostrato, aggiunge, le hanno mostrate di recente. Emma ha 31 anni e come molti creativi ci ha messo del tempo per consolidarsi e trovare la sua stabilità. Inizialmente ha incontrato delle difficoltà, ma dopo la sua prima mostra personale – nel 2025, alla Sapar Contemporary Art Gallery di New York- le cose sono andate meglio. “Per me non c’era ombra di dubbio che volevessi fare questo.” Le dico che la capisco, che mi sono trovata – e mi trovo- nella medesima situazione. “Ci vuole tempo per un percorso creativo”, mi dice, “perché una persona deve maturare come persona e come creativo.” Le sue parole mi tranquillizzano. Sapere che un’artista che stimo ha l’umiltà di ammettere anche i momenti difficili rende anche i miei sogni più realizzabili. “Il tipo di arte che faccio richiede una maturità personale”, aggiunge, “Io sono in pace con il mio percorso.”

Emma Ferrer Hepburn nel suo studio in Toscana

Le chiedo come abbia deciso di venire in Italia a studiare e interessarsi al mondo rinascimentale. Mi risponde che ha cominciato a venire in Italia a cinque anni per l’estate, poi tra gli undici e i quattordici anni come pendolare, solo successivamente si è trasferita a tempo pieno. A Los Angeles, città d’origine, non si sentiva stabile accademicamente ed emotivamente da un paio di anni. Quando si è stabilita a Firenze, una “culla di arte e di bellezza”, ha sentito subito una connessione con la città, piccola, dove si è sentita accolta. Qui ha sperimentato una rinascita personale. Ha sviluppato la sua sensibilità verso l’Umanesimo e il Rinascimento, facendola crescere e nutrendola. Mi dice che ci sono opere d’arte rinascimentali che le sono molto care, e viaggia spesso per vederle di persona.

Dalle sue parole si percepisce la sua stima verso gli artisti del passato e il suo rispetto per la loro arte, fonte d’ispirazione, di studio continuo.

Quadro in lavorazione, Emma Ferrer Hepburn

Parliamo degli aspetti tecnici della realizzazione delle sue opere. Per lei che si è formata come pittrice classica i materiali sono centrali. Alla Florence Academy of Art, dove ha studiato, ha imparato le tecniche dal periodo del ‘400 sino alla fine del ‘800. La sua base è la pittura ad olio, che prevede l’utilizzo di materiali tradizionali, ma si dice anche esplorativa. Costruisce in autonomia le sue tele e dice che per lei la “concettualità” di un’opera “deriva dall’inizio. Come preparo la tela, che supporto utilizzo, che sia lino o iuta, oppure legno o anche sasso.” Emma è molto concentrata sui materiali e sulle tecniche. “Il materiale è collegato al concetto e all’immagine finale.” Per certi quadri usa tele più fini che si prestano al dettaglio, ma molto più spesso usa un lino o una iuta con un poro molto grande e grezzo e va ad applicare una preparazione trasparente, oppure gesso bianco a strati, per creare livelli di trasparenza tra i vari strati. Mi dice che ama molto la crudezza, il grezzo del supporto che utilizza e lo vuole far risplendere anziché coprirlo.

Emma Ferrer Hepburn al lavoro

Le dico che i suoi quadri mi appaiono molto onirici. Non vi trovo la precisione dettagliata che posso trovare in Georgia O’Keeffe – pittrice che amo molto-, ma un lirismo particolare, dato dai colori terrosi che ricordano un Altrove e anche dai soggetti che sono innocenti, vittime sacrificali. Le chiedo come sviluppi il suo stile personale attraverso le pennellate, la scelta dei colori e come disporli. Mi dice che non ha mai cercato di creare un’estetica originale, piuttosto la sua pittura è intuitiva, emotiva, e radicata in una conoscenza anatomica e nella capacità di osservazione. Nella sua arte cerca di trovare immagini che rispondano proprio a questa intuitività e spiritualità. Qualcosa che va oltre la fisica dei corpi, qualcosa di metafisico. Si definisce rappresentativa e in questo senso realista, ma le interessa un’immagine dell’Altrove. Anche attraverso i colori della terra, dei dintorni della sua casa, pastellosi, il tratto del pennello, cerca la liricità, la poesia. Mi dice che la base tecnica è molto importante, ma poi è la visione personale di ciascuno a portare unicità.

The Scapegoat, Emma Ferrer Hepburn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

La sua unicità è fiorita in Toscana, un ambiente agreste, contadino, ricco per la rappresentazione animale. Il passato, le tradizioni, la storia, emergono in ogni luogo. Le chiedo se tutto questo alimenti la sua arte, il suo sguardo e la sua prospettiva, se sia il motivo per cui ha deciso di stabilire qui il suo studio oltre che la sua vita. “Assolutamente” mi dice. Quando era una giovane donna, a quattordici anni, è potuta maturare in un ambiente ricco di bellezza ed estetica e questo le ha permesso di formare la sua identità artistica. “Vivevo fuori Firenze, in campagna, con mio padre” aggiunge “e sono sempre stata molto colpita dalla natura, dal paesaggio toscano.” Questa sensazione non è andata a scemare. Per lei la Toscana è Casa, il luogo giusto in cui stare a livello d’anima. “Ci sono certi luoghi in cui uno si sente giusto, che deve stare lì”, mi dice, “e io ho questa cosa in Toscana. Dopo essere tornata qui, dopo sei anni che ho vissuto a New York, dove dipingevo e lavoravo, cercavo di mandare avanti la mia vita, avevo una mancanza proprio di anima, dentro di me, che bramava per quello che sentivo in Toscana, in Italia, che non avevo altrove. E quando sono tornata qui, quattro anni e mezzo fa, è rinata del tutto. Ho notato quanto è collegata la mia identità artistica e visione di pittura a questi paesaggi, queste storie di campagna, questi animali, persone. Poi anche la spiritualità che sento in questi luoghi.” Riesco a percepire il suo amore per quella terra anche a chilometri di distanza e, dalle sue parole, sento che questo luogo le appartiene tanto quanto lei appartiene a lui.

The Argive Ritual to the Warder of The Dead, Emma Ferrer Hepburn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

Parliamo ancora un po’ di alcune sue opere realizzate di recente e presenti in diverse collezioni. In “Lamb with Roses” (2024, collezione “The Scapegoat”), si percepisce la bellezza e la delicatezza dell’innocenza. In altri, come “Deer Hunt” (2024, collezione “Green Pastures”), si percepisce il senso di sospensione del tempo, il momento prima che la mano umana rapisca vite. In “The Argive ritual to the Warder of the Dead” (2024, collezione “The Scapegoat”), si percepisce invece un senso di straniamento, malinconia. Una tristezza profondamente radicata. Le chiedo, tra alcuni temi precisi, quale sceglierebbe come rappresentativo della sua arte. Mi dice che quelli che sente di più sono l’innocenzail sacrificiola solitudine e la morte. Sono quelli a cui torna più spesso, che esplora di più nella realizzazione delle sue opere.

Agnus Dei, Emma Ferrer Hepburn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

Lamb with Roses, Emma Ferrer Hebpurn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

Per concludere la chiacchierata le chiedo se ci siano artisti a cui si ispiri maggiormente. “Tantissimi. Per me il Dio della pittura a cui nessuno potrà mai arrivare è Piero della Francesca”, mi dice. “Ci sono tantissimi pittori che nutrono il mio lavoro, ma lui penso che abbia avuto proprio un dono, un talento, un’abilità che attraversava la spiritualità.” La sento illuminarsi di passione e amore per i grandi del passato. “Una bellezza veramente unica”, aggiunge. “Poi sono molto influenzata da Goya e da Manet.” Tra i pittori del ‘400 “Paolo UccelloMasaccio, ce ne sono tanti di quel periodo. Poi ci sono due pittori Svizzeri”, dice, “uno che si chiama Arnold Böcklin e uno che si chiama Félix Vallotton.” Per un periodo della sua vita si è appassionata molto all’arte di De Chirico. “Ci sono anche opere individuali che sono molto importanti per la mia pratica, ovvero il quadro “The Scapegoat” di William Holman Hunt, che è stato un po’ il fulcro di tutte le opere che ho creato per la mia mostra personale a NY.”

The Scapegoat, William Holman Hunt, 1854, National Museum Liverpool

Emma ha realizzato eponimi del quadro, riportando la sua versione, come ha fatto per l’opera “Agnus Dei” di Zurbarán. “In questo momento mi piace moltissimo Munch”, di cui mi consiglia una mostra a Roma.

Per salutarci le chiedo quando e dove si terrà la sua prossima mostra.

“A fine agosto, in un piccolo paesino del Belgio.”

Ci salutiamo, ma poi ci ritroviamo a parlare ancora di tanti argomenti. Mi dà il numero di un bravo agopunturista, con la naturalezza e semplicità con cui si condivide tra amiche. Emma è proprio questo: genuinità, calore umano.

Un giorno spero di riuscire ad incontrarla ad una sua mostra.

Il link della mostra che si terrà in Belgio, alla fiera QUARTIER KORTRIJK, tra il 28 e il 31 agosto: https://www.quartierkortrijk.be/?fbclid=PAQ0xDSwLodF1leHRuA2FlbQIxMQABp06xJdO4hIMjqeSrfHNnS_ow9IbKa0a7wXzJuEtmUG4emqogqFe78upHNF4W_aem_0meyYiLVildBG5zrfrgSEg

Il suo sito personale, dove potete visionare le sue opere: https://www.emmaferrer.com/

Margaret Morris’ Mermaids

Margaret Morris (10.3.1891- 29.02.1980) fu una ballerina, coreografa, pittrice e insegnante inglese.

Margaret Morris, via The Library Time machine’s scrapbook.

Portò avanti la sua passione per la danza sin dalla tenera età, rigettando i duri precetti e le regole imposte dalla danza classica tradizionale. Tra le posizioni forzate, gli en-dehors delle anche, Margaret si sentiva oppressa. Il movimento, quello vero, doveva nascere da una spinta di libertà del corpo. La tecnica era sicuramente fondamentale, ma mancava qualcosa nella danza classica che Margaret riuscì a trovare nella visione di Isadora Duncan e nella sua Rivoluzione del Movimento.

Nel 1909 conobbe Raymond Duncan, fratello della più celebre ballerina, che le insegnò le sei posizioni classiche della tradizione Greca. Queste divennero la base per i suoi movimenti e le sue coreografie, tanto da portarle un certo successo di critica e pubblico: a soli ventun anni la stampa la acclamò come la “prima donna attrice e manager”.

Margaret realizzò balletti, costumi di scena, dipinti, spingendo la sua creatività sempre un passo oltre quello che ci si aspetterebbe.

Ma fu nel 1917, con un progetto innovativo, che Margaret trovò una vocazione profonda. Nacque la prima summer school del paese e qualche anno dopo, nel 1922, nacque la prima scuola educativa dove le materie classiche venivano integrate da uno studio mirato della danza, della recitazione e della musica. Tra gli altri corsi previsti vi erano la pittura, il design, l’improvvisazione, la scrittura creativa di poesie e saggi, lo studio delle parole e gli aspetti più tecnici di organizzazione di una messa in scena.

Margaret pubblicò diversi libri per parlare della sua idea di movimento, che con il tempo integrò allo studio della fisioterapia.

Celebri sono le “Margaret Morris’ Mermaids”, le studentesse della summer school, che durante le gite al mare sulla spiaggia di Harlech, vennero immortalate in varie posizioni coreografiche di rara bellezza, emblema della filosofia di Margaret che conciliava la danza con l’educazione fisica più ampia e che credeva il movimento una fonte di benessere da poter portare avanti a tutte le età.

Margaret Morris’ Mermaids, 1920, From the Harris and Ewing collection, Library of Congress

Margaret Morris’ Mermaids, 1920, From the Harris and Ewing Collection, Library of Congress

Women dancing on Harlech Beach, video still from Miss Margaret Morris and her Merry Mermaids, BFI Newsreel.

Danzando le giovani donne sembrano riprendere movimenti catturati dalla fantasia di un pittore. Significativo il collegamento con il famoso quadro di Matisse.

Henry Matisse, The Dance, 1910, Hermitage, Saint Petersburg

Margaret Morris’ Mermaids, 1920 c.a., credit unknown.

Margaret Morris’ Mermaids, 1920 c.a., credit unknown

Margaret Morris’ Mermaids, 1920 c.a., From the Harris and Ewing collection, Library of congress

Per esplorare ulteriormente le coreografie e la bellezza dell’arte di Margaret, ecco alcuni link utili dove è possibile visionare filmati originali del tempo:

Per la visione del film: https://player.bfi.org.uk/free/film/watch-miss-margaret-morris-merry-mermaids-1922-online

Breve Raccolta di abiti iconici degli anni ’60

Il decennio del ’60 è forse stato il più significativo a livello di cambiamenti. Durante questi anni si sono alternati fatti storici che hanno rivoluzionato la mentalità del tempo, dall’assassinio Kennedy, all’eccidio di Cielo Drive, passando per fatti che hanno tenuto l’intero pianeta con il fiato sospeso, come l’allunaggio del ’69, Woodstock e la rivoluzione dei figli dei fiori.

In questi anni così ricchi e vivaci si è abbracciato inevitabilmente un nuovo sguardo sull’arte, il design e la moda. Dall’uso del PVC per i vestiti, ai tagli minimal in stile retrofuturistico, per passare ai famosi abiti metallici di Paco Rabanne, fino ad arrivare agli abiti iconici di star del cinema; in questi anni la parola chiave è stata innovazione. Osare era sinonimo di freschezza, autenticità, giocosità e rivoluzione.

Di seguito alcuni abiti che hanno contraddistinto quel periodo e che rimangono ancora forti nell’immaginario collettivo di quegli anni.

Françoise Hardy, abito di Paco Rabanne, Jean-Marie Périer, 1966-68.

Audrey Hepburn modeling a 1960’s metallic-linked acrylic disk dress by Paco Rabanne she wore in the final party scene in director Stanley Donen’s “Two For The Road”.

Vinyl/PVC dress, 1960s.

Jane Fonda, costume di scena di Barbarella, 1960s.

Twiggy, 1960s.

André Courrèges, Space Age plastic dresses 1967.

Andé Courrèges, 1960s.

Pierre Cardin, 1960s.

Pierre Cardin, 1960s.

Sharon Tate, Wedding gown from Alba, 1968.

Priscilla Presley’s wedding gown, May 1st 1967.

Jane Birkin, 1968.

Sharon Tate with Roman Polanski, Late 60s.

Jane Fonda’s wedding gown, 1965.

Marilyn Monroe, The naked dress by Bob Mackie, 1962.

Jane Fonda and Roger Vadim departing Belvedere Hospital with newborn Vanessa,October 7, 1968, Paris, France.

Mia Farrow in Rosemary’s Baby, 1968.

Audrey Hepburn in Breakfast at Tiffany’s, 1961.

Audrey Hepburn in Breakfast at Tiffany’s, 1961.

Ithell Colquhoun, l’artista tra surrealismo ed occultismo.

Margaret Ithell Colquhoun (Shillong 9.10.1906- Cornovaglia 11.4.1988) nasce da funzionari britannici in Bengala, nell’India Britannica.

In tenera età si trasferisce con i genitori in Inghilterra dove entra nel Chentenham Ladies College e successivamente, nel 1927, alla Slade School of Art di Londra.

Si appassiona di occultismo a 17 anni grazie alla lettura di “Abbey of Thelema” di Aleister Crowley e da questo momento alimenta una ricerca interiore fatta di pratiche esoteriche volte alla conoscenza e alla celebrazione del Femminile Sacro.

Nel 1929 vince lo Slade’s Summer Composition Prize per il suo “Judith Showing the Head of Holofernes” che viene successivamente esposto alla Royal Academy di Londra, un passaggio fondamentale per la sua carriera artistica. In questo periodo Ithell produce molte opere di stampo biblico, con eroine femminili forti e potenti che alcuni credono essere una celebrazione di Artemisia Gentileschi.

Attratta da tutti i tipi di arte, comincia a scrivere, un’abilità che porta avanti parallelamente alla pittura e al disegno, e pubblica il suo primo articolo, “The Prose of Alchemy”, per la Quest Society, nel 1931 .

“Judith Showing the Head of Holofernes”, Ithell Colquhoun, oil on canvas, 1929.

Una tappa essenziale della sua evoluzione pittorica è il suo peregrinaggio in Europa, dove tocca le sponde di Grecia, Corsica, Tenerife e Francia. In questi territori marittimi e opposti all’uggiosa Inghilterra si esercita nella rappresentazione ad acquarello, documentando fedelmente i suoi viaggi e la realtà attorno a sè. La componente umana è totalmente assente nelle sue opere, ma percettibile. I disegni e gli acquarelli, 91 in totale, sono finestre aperte sugli istanti della vita, sulle tracce dell’uomo e dei suoi gesti passati: un letto disfatto, vestiti dismessi, cancelli ed interni popolano il panorama delle sue tele. Ed è proprio con questa produzione che Ithell sfonda con la sua prima mostra alla Cheltenham Art Gallery nel 1936.

“Bed II-Greece”, Ithell Colquhoun, Watercolor and pencil, 1933.

“Gateway”, Ithell Colquhoun, Watercolour and crayon on two sheets of joined paper, 1937.

Ma è a Parigi che la sua strada prende una svolta importante: introdotta al mondo surrealista dei circoli artistici parigini, Ithell si appassiona di questo filone artistico tanto da farlo proprio per tutta la sua vita. Incontra André Breton e Dalì che diventa l’artista che più di tutti riesce a scuoterla e ispirarla.

Nel ’36 partecipa alla International Surrealist Exhibition e qui assiste alla celebre lezione di Dalì in cui, presentatosi vestito con una tuta da immersione, rischia di soffocare. L’esposizione la motiva ulteriormente e comincia a far maturare dentro di lei la consapevolezza che la porta a rielaborare la sua arte da realismo a surrealismo.

I soggetti che dipinge sono piante e fiori, simbolo di fertilità, creatività e sessualità, dove applica strenuamente e con precisione le tecniche apprese.

Innamorata dell’idea surrealista, si unisce al British Surrealist Group nel ’39 e, sempre nello stesso anno, espone con Roland Penrose 14 dipinti a olio e due oggetti alla Mayor Gallery.

Il gruppo surrealista, però, impone l’esclusività e l’artista non può partecipare a nessun altro gruppo, indipendentemente dalla sua natura. Questo limita Ithell che si considera libera e a causa della sua partecipazione ad altri gruppi di stampo occultista, viene espulsa solo un anno dopo.

“Birds of Paradise Flowers”, Ithell Colquhoun, oil on board, c.1936.

“Flowers in a Greenhouse”, Ithell Colquhoun, oil on cavas, 1934.

Ithell non demorde e continua per la sua strada praticando l’arte surrealista a suo modo, sia con le tecniche apprese dai maestri, sia con altre inventate da lei.

Colquhoun infatti utilizza diversi metodi: la decalcomania nell’opera “Gorgone” del 1946; il superautomatismo nell’opera “Curving Forms in skein shapes” del 1948; la stillomanzia nell’opera “Horus” del 1957; il parsemage nell’opera “Sea Mother” del 1950; la grafomania entottica nell’opera “Torn Veil” del 1947 e molte altre.

“Gorgone”, Ithell Colquhoun, oil on board, 1946

“Curving forms in skein shapes”, Ithell Colquhoun, ink, c.1948.

“Horus”, Ithell Colquhoun, ink and wash, c.1957.

“Torn Veil”, Ithell Colquhoun, ink drawing, 1947.

Nel 1943 sposa Toni del Renzo, artista e critico d’arte, che inizialmente aveva recensito una sua mostra. Il matrimonio dura solo quattro anni e si conclude con un aspro divorzio.

Parallelamente all’attività pittorica si dedica alla poesia e alla prosa, che ritiene forme di espressione altrettanto surrealiste.

Durante gli anni ’50 abbandona la pittura. Di questo periodo si contano anni senza una singola produzione.

Nel 1955 pubblica “The Crying of the Wind”, un diario di viaggio; nel 1973 il “Grimore of the entangled Thicket” una raccolta di poesie e disegni ispirato a favole Gallesi pre cristiane, nel 1983 “Osmazone”, un’antologia di prosa e poesia.

Nel 1957 si trasferisce a Paul, in Cornovaglia, dove trascorre i restanti anni della sua vita.

Negli ultimi anni ritorna alle rappresentazioni naturali che continuano a ricalcare il suo mondo interiore. Le tecniche sono le stesse imparate negli anni della gioventù, in particolare la decalcomania, mentre la componente sessuale che contraddistingueva i suoi primi lavori, qui risulta diminuita o totalmente assente. Le composizioni sono semplici ed immediate, come in “A Rose is a Rose is a Rose” del 1980. Anche la tecnica del collage diventa predominante nei suoi lavori. Ne sono un esempio “Cornish Landscape” del 1971 e “Bird of Passage” del 1963.

“A Rose is a Rose is a Rose”, Ithell Colquhoun, Acrylic on board, 1980.

“Birds of Passage”, Ithell Colquhoun, Collage, 1963.

Alla sua morte lascia i diritti delle sue opere all’associazione The Samaritans, il suo lavoro sull’occulto alla Tate e le restanti opere al National Trust.

Nel 2019 Tate compra la partecipazione delle opere del National Trust.

Ithell fu un’artista autodidatta, come disse lei:

“I am teaching myself to carve and to write. Sometimes I copy nature, sometimes imagination: they are equally useful.” 1

Le sue opere nascono nei temi classici del surrealismo: il subconscio, i sogni, la psicanalisi tanto cara agli esponenti di questo movimento, ma si incarnano profondamente in temi come il genere e la sessualità, il Divino Femminile, l’ordine del cosmo, la transizione e la trasformazione così come l’influenza orientale.

Troviamo però anche temi politici come in “Tepid Waters” per la guerra civile spagnola.

Ithell è rimasta per tutta la vita legata al surrealismo e alle sue tradizioni rappresentative. L’occultismo, una parte fondamentale della sua vita, si è articolato perfettamente nelle sue opere dove ha realizzato opere fortemente simboliche e ricche di significato.

È possibile vedere le sue opere nella mostra “Ithell Colquhoun: Between Worlds”, Tate, fino al 5 maggio 2025.

  1. Colquhoun, I. “What do I need to paint a picture?” London Bulletin, No. 17, 15th June 1939. p13 ↩︎

Breve Compendio di mare e di conchiglie

Da sempre ricca di fascino, la conchiglia incarna una serie di significati variegati e legati perlopiù al mondo delle emozioni e dell’inconscio.

Portatrice di bellezza raggiunge l’apice della perfezione nella sua struttura equilibrata e matematica, fonte di ispirazione per artisti e studiosi di ogni epoca.

Rinascita, fecondità, profondità di animo, mistero, femminilità, amore sono solo alcuni dei significati che le sono stati attribuiti nel corso dei secoli. Non resta che meravigliarsi di fronte alla bellezza di questa creazione ricalcata nell’arte di molti.

Home of Pierre Le Tan as seen by Duncan Grant featuring a grotto chair and a seventeen century Venice console. Via: https://www.instagram.com/acquadiartem/

Portrait of a lady in an allegorical guise, holding a dish of pearls, Pierre Mignard I. Via: https://www.instagram.com/acquadiartem/

Ancient Egyptian gold cosmetics vessels. Via: https://www.instagram.com/acquadiartem/

Syrinx Aruanus. Photo from 1950. Via: https://www.instagram.com/acquadiartem/

Detail from Persia and Andromeda, Joachim Wtewael, 1911. Via: https://www.instagram.com/classica.arte/

Nautilus Cup, Holbein Bowl, Glass Goblet and Fruit Dish, detail, Willem Kalf, 1678. Via: https://www.instagram.com/classica.arte/

Casa Nautilus, Città del Messico.

Wedgwood collection of pearlware shell plates. Via: https://www.instagram.com/acquadiartem/

L’artista tra genio e pazzia

Tra tutti gli artisti del ‘900 uno in particolare conquistò l’interesse di André Breton che arrivò a studiarne la personalità e la produzione.

Adolf Wölfli (Bowli 29.02.1864- Berna 06.11.1930) fu l’esempio vivente del rapporto viscerale tra genio e follia.

General View of the Island Neveranger, Adolf Wölfli, 1911

Nato in una famiglia contadina povera, ultimo di sette fratelli, sin dall’infanzia incontra terribili difficoltà. Il padre, alcolizzato, finisce in prigione e abbandona la famiglia quando Adolf ha soli 6 anni. La madre, lavandaia, non può permettersi di mantenere sette figli così, nel 1873, il piccolo Adolf viene venduto come bracciante.

Alla morte della madre, insorta l’anno dopo, Adolf viene affidato a diverse famiglie che spesso lo maltrattano e abusano di lui.

Responsabile di diversi tentativi di stupro (alcuni ai danni di bambine di 3 e 5 anni) finisce nel manicomio Waldau nel 1895.

Qui la diagnosi di schizofrenia sembra chiarire la condizione dell’uomo che spesso è fortemente agitato, violento e sente le voci.

Nei 35 anni trascorsi all’interno della struttura, passa la totalità del tempo a disegnare e realizzare una biografia monumentale di oltre 25mila pagine.

Il disegno, incoraggiato anche dai terapeuti e dallo psichiatra responsabile, Walter Morgenthaler, sembra calmarlo e dargli un obiettivo di vita che prende seriamente a cuore e che persegue facendosi mettere spesso in isolamento per avere la concentrazione adatta a immergersi nel suo personalissimo mondo.

Irren Anstalt Brand Hain, Adolf Wölfli, 1910

Adolf prende spunto da ogni cosa: riviste, atlanti, cartoline, libri… reinventa la sua vita, il suo passato e il suo futuro nell’ottica, un po’ infantile, di un mondo altro, immaginario, in cui lui stesso è il protagonista unico e assoluto.

Crea parole, immagini, disegni, collage, spartiti musicali che diligentemente assembla nella sua biografia chiamata “Leggenda di Sant’Adolfo”.

Inizialmente scrive con lo pseudonimo di Doufi, nomignolo di quando era bambino, successivamente adotta il nome d’arte di St. Adolf II, protagonista di una battaglia cosmica creata dalla sua mente geniale.

London North, Adolf Wölfli, 1910

Adolf viene studiato per tutta la sua vita. Il dottor Morgenthaler ne scrive una biografia nel 1921, attribuendo al paziente un’abilità artistica innata, forse germogliata proprio in seno alla malattia, mentre Freud ne rimane affascinato.

Wölfi era incolto anche se alcune fonti riferiscono che avesse avuto un umile approccio scolastico finendo i primi anni di scuola. Sicuramente inesperto d’arte, divenne nel corso dei decenni uno dei principali esponenti dell’Art Brut, avvicinandosi alle neoavanguardie del ‘900.

Holy St. Adolf Tower, Adolf Wölfli, 1919

La sua opera è caratterizzata da un estremo ornamento, spesso incorniciato, in cui ritrae con diverse tecniche la realtà. La ripetizione è la chiave del suo lavoro e si mostra meticolosa anche se a tratti infantile, mancando un vero e proprio apporto prospettico alle opere. Dettagli, ghirigori e simboli sono fortemente presenti nell’opera di Wölfi e contribuiscono a creare il mondo immaginario dello stesso artista.

Pioniere rispetto ai tempi in cui viveva, Adolf utilizza la fotografia della lattina di zuppa di pomodoro Campbell nel 1929, Andy Warhol farà lo stesso solo trent’anni dopo.

Campbell’s Tomato Soup, Adolf Wölfli, 1929

Alla sua morte, avvenuta a causa di un tumore allo stomaco, Wölfi viene dimenticato.

Riscoperto da Jean Dubuffet nel 1945, ritorna in auge e viene esposto nel 1972.

Di lui ci rimangono 1300 disegni, quaderni scritti in parole e musica e 25mila pagine di biografia (i cui quaderni raggiungono l’altezza di oltre due metri!).

La sua storia, intrecciata con le vicende personali difficili, violente e illegali, sembra sottolineare uno stretto rapporto tra l’atto creativo e le facoltà mentali.

In quest’ottica Adolf Wölfi rappresenta in tutto e per tutto l’epiteto del genio folle, della visione creativa che nasce e si nutre della pazzia e dei disturbi mentali e che tuttavia rimane una caratteristica innata propria dell’individuo che ancora ci meraviglia e ci stupisce, nascosta nell’intricato mistero della mente umana.

La sua arte è esposta al museo des Beaux-Arts di Berna. Qui il link: https://www.adolfwoelfli.ch

Isadora Duncan: la sacerdotessa della danza moderna

If we seek the real source of the dance, if we go to nature, we find the dance of the future is the dance of the past, the dance of Eternity, and has been and always will be the same.

The movement of waves, of winds, of the Earth is ever the same lasting Harmony”

The Art of Dance, p. 54

Duncan Isadora, portrait photograph, Genthe Arnold between 1916-1918. Genthe photograph collection, Library of Congress, Prints and Photographs Division.

Isadora Duncan nasce a San Francisco il 27 maggio 1877. Ultima di quattro figli, cresce in un contesto fortemente artistico voluto dalla mamma Irlandese e dal padre Scozzese che li abbandona quando Isadora ha un paio di anni.

Il padre, un banchiere, era amante della cultura Greca e aveva scritto un poema intitolato “Intaglio: Lines on Beautiful Greek Antique” che Isadora prende a cuore e da cui inizia a conoscere la cultura Greca che diventerà il perno fondante tutta la sua filosofia di vita.

Nel 1899, poco più che ventenne, arriva a Londra con la famiglia. Qui passa le sue giornate al British Museum per i primi quattro mesi di soggiorno. L’appuntamento quotidiano serviva ad alimentare la sua curiosità e la sua ispirazione, nonché la sua mente colta e raffinata per la storia.

Trasferitasi a Parigi qualche anno dopo, si immerge nelle sale del Louvre, dove scopre inestimabili tesori Greci che diventano la salda e principale ispirazione per i suoi movimenti, poi fotografati dal fratello Raymond.

Isadora Duncan, Unknown.

Fondatrice di un movimento artistico a tutti gli effetti, tiene le prime esibizioni in terra natia, dove ottiene scarso successo. In Europa, al contrario, viene apprezzata come una visionaria della danza e portavoce di uno stilema innovativo e unico.

Isadora Duncan dancing, Genthe Arnold, between 1916-1942 from a negative taken between 1916-1918.  Genthe photograph collection, Library of Congress, Prints and Photographs Division.

Il suo messaggio voleva essere controcorrente rispetto al rigore accademico che vigeva in quegli anni nel mondo del balletto, contornato da costumi stretti e scarpette da punta.

Isadora utilizza abiti semplici e leggeri, molto simili ai pepli greci e danza a piedi nudi, con i capelli sciolti, un’assoluta novità nel panorama di quegli anni.

Il suo metodo è basato sulla creazione di Danze Libere: improvvisazioni emotive suscitate dalla musica di artisti quali Chopin, Beethoven e Gluck.

Fondamentale il sentimento alla base del movimento e la forza della musica.

Le sue idee nascono in seno alla tradizione antica Greca, per cui lei ha sviluppato con gli anni una totale ossessione.

“To bring to life again, the ancient ideal! I do not mean to say, copy it, imitate it; but to breathe its life, to recreate it in one’s self, with personal inspiration: to start from its beauty and then go toward the future”

The Art of Dance, p.96

Isadora Duncan Dancer, Genthe Arnold, between 1915-1923. Genthe photograph collection, Library of Congress, Prints and Photographs Division.

Nel 1903 tiene un convegno a Berlino, il tema è la danza del futuro e da molti sarà visto come il Manifesto della Danza Moderna.

Nel 1904 fa una tournée a San Pietroburgo, dove influenza fortemente la compagnia dei Balletti Russi.

Fonda diverse scuole in Europa e in Russia, dove porta avanti il suo metodo basato sulla ricerca del movimento libero e naturale.

Isadora Duncan dancer, Genthe Arnold, between 1916-1918. Genthe photograph collection, Library of Congress, Prints and Photographs Division.

Isadora è anche pioniera di una nuova visione della donna. Staccatesi dai corpetti stretti a seguito della prima guerra mondiale, le donne volevano dare spazio alla propria fisicità senza costrizioni di genere. Isadora diviene un punto di riferimento per la rivoluzione di costume di quegli anni e la sua libertà spaziò molto anche nell’ambito del matrimonio, fino ad allora considerato sacro e imperituro.

Isadora infatti si sposa tre volte. Dalla prima relazione con Edward Gordon Graig nasce la figlia Deirdre. Dal secondo matrimonio con Paris Eugene Singer, il fondatore dell’omonima azienda di macchine da cucire, nasce il figlio Patrick.

Nel 1913 però la tragedia la colpisce in maniera dura e inaspettata.

Durante una passeggiata in auto sulla Senna, l’auto che trasportava i figlioletti e la governante si guastò. Il conducente scese per cercare di avviare il motore a manovella, ma dimenticò di inserire il freno a mano e l’auto scivolò nel fiume.

L’anno dopo, da una breve relazione con un Italiano, dà alla luce un terzo figlio, che muore poco dopo il parto.

Presa dalla disperazione per il lutto, Isadora si dà all’alcol e smette di praticare come un tempo.

Gli amici fanno da scudo attorno a lei e se ne prendono cura. In particolare Eleonora Duse, che la ospita a Viareggio per diversi mesi.

Successivamente si sposa una terza volta con il Russo Sergey Esenin, di diciotto anni più giovane, che non parlava una singola parola di inglese. Isadora sapeva poche parole di russo e il matrimonio dura solo 15 mesi a causa del carattere turbolento del compagno, dedito alle scenate a causa dell’abuso di alcol. Esenin la lascia e due anni dopo si suicida.

Con fatica Duncan riprende la forza di danzare e di occuparsi delle sue allieve, chiamate le “Isadorables”, e della sua attività.

La nuova tournée americana è un nuovo fiasco e le vengono mosse pesanti critiche sul suo aspetto fisico, compromesso dall’abuso di alcol e dalla depressione.

Trascorre gli ultimi due anni della sua vita tra Nizza e Parigi.

Il 14 Settembre 1927, Benoit Falchetto, un amico e amante di Isadora, passa a prenderla con la sua Bugatti Type 35 ad un ristorante sulla Promenade Anglais a Nizza.

Isadora indossa una lunga sciarpa a frange che lascia volare libera al vento.

Prima che la macchina parta, saluta gli amici, alcuni dicono con la frase ” Adieu, mes Amis. Je vais à la glorie!”, altri dicono con “Je vais à l’amour!”.

Subito dopo accade l’inverosimile: la sciarpa si impiglia nei raggi della ruota dell’auto, spezzandole l’osso del collo di netto.

La fine tragica di Isadora afflisse tutto il panorama artistico di quegli anni, compresa Gertrude Stein.

Rimane tutt’oggi una delle più grandi artiste del panorama del balletto, una mente vivace, introspettiva, pronta al contatto con la natura e al contatto con il proprio sè. Pioniera di una rivoluzione del movimento che continuerà per tutto il novecento, riportò in auge l’antichità classica conferendole un valore inestimabile.

“The true dance is expression of serenity. it is controlled by the profound rhythm of inner emotion. emotion does not reach the moment of frenzy out of a spurt of action. it broods first, it sleeps like the life in the seed, and it unfolds with a gentle slowness.

The Greek understood the continuing beauty of a movement that mounted, that spread, that ended with a promise of rebirth.

The Dance- it is the rhythm of all that dies in order to live again; it is the eternal rising of the sun.”

The Art of Dance, p.99

The World of Tomorrow

Era il 1939 quando al Flushing Meadows-Corona Park nel Queens (NY) veniva organizzata la seconda fiera americana più cara di sempre, con un costo di oltre 67 milioni di dollari.

Ma facciamo un passo indietro.

Nel 1935, ancora in ballo nella Grande Depressione, diversi businessmen NewYorkesi decisero di fondare la New York World’s Fair Corporation, con uffici ai piani alti dell’Empire State Building.

Il presidente eletto fu Grover Whalen, politico e uomo di affari, e tra i partecipanti alla corporazione vi era anche il Sindaco Fiorello la Guardia che rimase in carica fino al ’46.

L’obiettivo di questi imprenditori e uomini d’affari era quello di portare una ventata di fresca economia a New York favorendo il commercio e lo scambio internazionale.

La Corporation decise quindi di inaugurare una fiera aprendo i cancelli il giorno del 150° anniversario dell’inaugurazione di George Washington come presidente degli Stati Uniti e chiamandola “The World of Tomorrow”.

Si trattava di un evento di portata stratosferica, il più importante in maniera indiscussa dalla prima guerra mondiale.

Il presidente Whalen aveva idee precise in merito alla tematica della fiera: i beni di consumo. Emblematica fu l’introduzione della televisione come oggetto ormai alla portata di tutti.

Per farsi pubblicità utilizzarono delle fasce disposte sul braccio sinistro degli atleti dei Brooklyn Dodgers, NY Giants e NY Yankees, oltre alla sponsorizzazione in giro per il mondo operata da Howard Hughes con il suo aereo.

L’apertura ufficiale fu fissata il 30 aprile 1939, una domenica nuvolosa. Solo il primo giorno arrivarono ai cancelli 206mila persone.

Diverse personalità presenziarono con discorsi di varia natura. Da Roosevelt ad Einstein, per passare a diverse star del cinema.

All’interno erano presenti diversi padiglioni provenienti da tutte le parti del mondo e dal design diverso e innovativo.

7 erano le zone tematiche, diverse architettonicamente, alcune costruite in maniera semicircolare attorno al centro realizzato da W. Harrison e M. Abramovitz che consisteva in due bianchi edifici chiamati Trylon e Perisphere ( all’interno di quest’ultimo vi era un modellino della città del futuro).

Il padiglione italiano, costato oltre 3 milioni, era caratterizzato da uno stile romano integrato con l’architettura più moderna. Una fontana alta 61 metri ne coronava l’entrata ed era dedicata a Guglielmo Marconi. Nella Hall of Nations il pavimento a mosaico circondava una statua della Lupa, madre di Romolo, tutt’intorno sulle pareti vi erano raffigurazioni dell’impero moderno realizzate in marmo nero e stucco romano bianco. Al centro della Hall troneggiava una statua in bronzo di Benito Mussolini realizzata da Romano Romanelli.

Il famoso ristorante italiano ospitato nel padiglione aveva invece l’aspetto di una lussuosa nave da crociera per mimare la tradizione italiana.

Tra gli altri luoghi di interesse c’era sicuramente la Westinghouse Time Capsule, destinata ad essere aperta solamente nel 6939 e contenente scritti di Einstein, Mann, copie di Life Magazine, un orologio di Mickey Mouse, un rasoio Gillette, un dollaro, un pacchetto di sigarette Camel, semi di varie specie tra cui cotone, soia, carota e tabacco e molto altro.

Nella Westinghouse era presente anche “Elektro the Moto Man”. Si trattava di un robot alto 2,1 metri in grado di parlare e fumare.

A sud della fiera c’era il World’s Fair Boulevard con l’area Amusement, decisamente la preferita dai visitatori. Qui potevano intrattenersi su montagne russe, attrazioni di varia natura come una torre da cui paracadutarsi e repliche di vari luoghi naturali come le Victoria Falls. In questa zona vi erano anche esibizioni di uccelli e animali rari, un orangotango addomesticato, tre elefanti performanti e la possibilità di fare dei brevi viaggi sul dorso dei cammelli.

Per intrattenere il pubblico venivano organizzati anche spettacoli esotici, con donne in topless o in costume.

Nella zona Acquacade venivano realizzati musical con giochi d’acqua e coreografie irriverenti al costo di 80 cent.

Ogni giorno all’interno della fiera era a tema. Per esempio il 3 Giugno 1940 fu il “Superman Day”, in cui si realizzò un Contest atletico e ci fu la presenza dello stesso Superman, probabilmente interpretato da Bud Collyer.

Tra istallazioni per il divertimento, ristoranti, padiglioni coronati da sculture e fontane di rara bellezza come “The Fountain of Atom” realizzata da Wayland Gregory in ceramica, padiglioni realizzati da Salvador Dali o altri personaggi di un certo spessore, un planetario e varie istallazioni artistiche, rimaneva poco spazio per la scienza e l’innovazione.

Alcune delle introduzioni che vennero fatte furono la luce fluorescente, il nylon, i set televisivi, una macchina futuristica, un temperino e poco altro.

Fortemente voluta per la classe media emergente e per superare le avversità della Grande Depressione, ospitò oltre 44 milioni di visitatori e durò da Aprile ad Ottobre 1939 e da Aprile a Ottobre del 1940.

Con un guadagno di soli 48 milioni di dollari di fronte alla spesa di oltre 67, chiuse ufficialmente i battenti il 27 Ottobre 1940 a causa della bancarotta.

Futurama General Motors at World’s Fair, architectural model of NYC in the future
Futurama General Motors at World’s Fair, architectural model of NYC in the future
Futurama General Motors at World’s Fair, architectural model of NYC in the future
Futurama General Motors at World’s Fair, architectural model of NYC in the future
The General Motors Pavilion is a popular site at the 1939 New York World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
The National Cash Register building shows the number of persons in attendance at the 1939 New York World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Wonder Bakery displays a wheat field exhibit at the 1939 World’s Fair. The model, Penelope Shoo, is wearing an outfit designed by Hattie Carnegie. The wheat field was billed as “the first planted in New York City since 1875.” (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Ford Cars Pavilion at 1939 World’s Fair (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
An aerial view of the 1939 World’s Fair shows the music hall advertising Hot Mikado with Bill Robinson. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)

Two women pose on a Kodak photo posing stand during the 1939 New York World’s Fair. (Photo by �� Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
A statue decorates the entrance to the Maritime Transport and Commerce Pavilion at the 1939 World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
The General Motors Pavilion is a popular site at the 1939 New York World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
General Motors displays a transparent car in the pavilion at the 1939 New York World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Glass Incorporated Pavilion at 1939 World’s Fair (Photo by �� Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Aquacade Floor Show at 1939 World’s Fair (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Ford Car Parts Display at 1939 World’s Fair (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
The Tomas Bata exhibit, in the Czechoslovakian Pavilion, at the 1939 World’s Fair. Bata (1828-1932) was a Czech industrialist who founded a large shoe factory. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
A model of New York as the “City of Light,” in the Consolidated Edison Pavilion, at the 1939 World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
“Futurama” model in the General Motors Pavailion at the 1939 New York World’s Fair. The exhibit was designed by Norman Bel Geddes. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Stuffed Moose in Canadian Pavilion at 1939 World’s Fair (Photo by �� Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
The Lucky Strike Cigarettes and Wonderbread buildings are shown illuminated at the 1939 World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Electric Utilities Pavilion at 1939 World’s Fair (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Firestone Pavilion at 1939 World’s Fair (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
The General Electric and Westinghouse pavilions are attractions at the 1939 New York World’s Fair. (Photo by �� Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
A statue of a Pony Express carrier being ambushed by Native Americans, at the American Telephone and Telegraph Pavilion, at the 1939 World’s Fair. | Located in: American Telephone and Telegraph Pavilion. (Photo by �� Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Chrysler Pavilion at 1939 World’s Fair (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Time and the Fates of Man sculpture and the Perisphere, at the 1939 New York World’s Fair. | Detail of: ‘Time and the Fates of Man’ by Paul Manship. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
A row of statues leads to the Perisphere and Trylon at the 1939 New York World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
The Lucky Strike Cigarettes, Wonder Bread Bakery, and Sheffield Farms buildings stand on part of the grounds of the 1939 New York World’s Fair. Peter Campbell / Corbis via Getty

The Life Savers Candy Parachute Jump. Adults paid 40 cents a trip; children paid 25 cents. After the fair, the ride was moved to Coney Island, where it operated on and off until the 1960s. Peter Campbell / Corbis via Getty

People visit the Trylon and Perisphere at the 1939 New York World’s Fair. Inside the Perisphere was a diorama of a futuristic utopian city named Democracity. After viewing, visitors would leave by descending a long spiral walkway named the Helicline.Peter Campbell / Corbis via Getty

Ertè, tra illustrazioni, scenografie ed arte

Romain de Tirtoff nacque il 23 novembre 1892 a San Pietroburgo.

Interessato sin da piccolo al mondo patinato e glamour della moda e dell’arte, nel 1912 si trasferì in Francia per poter affinare la sua dote naturale. Fu illustratore, costumista, scenografo e creatore di spettacoli visivi in Francia a partire dall’inizio del XX secolo.

La particolarità della visione di Ertè, nome d’arte ricavato dalla pronuncia delle iniziali del nome e del cognome, era quella di abbracciare sia il vestiario sia gli accessori, per poi orientarli nel mondo dell’opera, del balletto e delle produzioni drammatiche di vario genere e calibro.

Nel 1912 a Parigi conobbe un altro celebre stilista. Poiret lo fece lavorare presso il suo atelier dove disegnò diversi abiti per la clientela altolocata.

Tra il 1916 e il 1937 lavorò per Harper’s Bazaar dove realizzò stupende copertine in stile art decò.

Fu anche un grandissimo costumista per il teatro francese, realizzando abiti di notevole pregio e bellezza per le Folies Bergère e in particolare modo per Joséphine Baker. Questo sodalizio con il teatro durò più di dieci anni e diede frutti molto positivi.

Anche oltreoceano, nella grande America, cominciò ad essere conosciuto e richiesto, arrivando a lavorare nella creazione di costumi per le Ziegfeld Follies e per George White’s Scandals.

L’ispirazione per le sue creazioni veniva dal mondo preraffaellita, dal floreale e soprattutto dallo sguardo attento verso l’art decò.

Nelle sue illustrazioni si possono trovare donne dalle forme longilinee che emanano un’aura di glamour e stile, rendendole dive e protagoniste della rappresentazione.

Interessante fu anche la realizzazione di un’illustrazione “alfabeto” in cui ogni donna, vestita con abiti specificatamente realizzati dalla sua sapiente penna, mimavano le lettere dell’alfabeto.

Su di lui si fecero numerose mostre retrospettive, colorando di popolarità quella che era stata la sua arte per certi versi messa da parte, che ritorno presto in auge e presa come spunto per altri stilisti e artisti del periodo successivo.

Georgia O’Keeffe

“Dove sono nata e dove ho vissuto non ha importanza. è quello che ho fatto con i luoghi dove sono stata che dovrebbe essere interessante”.

Con queste parole, dette decine di anni fa, si presentava una grande artista, pilastro del modernismo Americano: Georgia O’Keeffe.

Inutile quindi dilungarsi sulla sua storia personale. Nacque e crebbe in una fattoria nel Wisconsin e già da bambina, con la tenera e squillante voce che solo i bambini possiedono, ha deciso di diventare artista.

“Che tipo di artista?” le fu chiesto; lei non seppe rispondere. Si divertiva a disegnare con gli acquerelli e a fare i classici giochi che i bambini fanno, non aveva idea di che tipo di artista avrebbe voluto essere, se non che avrebbe voluto essere un’artista.

Nel 1905 frequentò la scuola d’arte di Chicago e nel 1908 incontrò il suo futuro marito Alfred Stieglitz. Lui aveva una sala d’esposizione a New York, la famosa galleria 291, e fu grazie a lui che conobbe l’arte di Rodin, di cui rimase colpita e affascinata.

Nel suo primo periodo artistico, attorno agli anni ’10, Georgia usava ancora l’acquerello per le sue rappresentazioni pittoriche. Negli anni ’20 cominciò invece a sperimentare con i colori ad olio, a cui rimarrà fedele per tutto il suo percorso artistico.

Hibiscus with Plumeria, Georgia O’Keeffe 1939

Il mondo dell’arte del tempo era fatto principalmente da figure maschili, erano loro che dettavano le regole del gusto in fatto di pittura. Questo poteva creare una frizione verso i lavori delle donne del tempo, considerati di serie b. Georgia fu criticata da questi per l’uso troppo vivace dei colori o per le sue scelte pittoriche, ma lei, donna coraggiosa ed eversiva, dipingeva colori ancor più vivaci e portava avanti i suoi soggetti a testa alta.

In merito ad alcune sue opere sui fiori- ne realizzò molte- disse:

” Io vi ho chiesto di prendere del tempo per guardare quello che vedevo e quando voi ci avete messo del tempo a osservare davvero il mio fiore, avete appiccicato tutte le vostre associazioni con i fiori al mio fiore e adesso scrivete del mio fiore come se io pensassi e vedessi quello che voi pensate e vedete- e non è così”.

Blue Morning Glories, Georgia O’Keeffe, 1935

Music, Pink and Blue, Georgia O’Keeffe
Lake George, Georgia O’Keeffe, 1922

Da donna forte la O’Keeffe rigettava l’idea dell’interpretazione troppo frivola e complessa che la critica spesso le rivolgeva. il suo spirito pittorico si manifestava nel voler rappresentare ciò che trovava interessante e meraviglioso. Ed era straordinariamente brava nel farlo.

Per questo motivo si trasferì permanentemente nel Nuovo Messico nel 1949 a seguito della morte del marito. In questo periodo cominciò a dipingere il paesaggio o a ricalcare con il colore l’aspetto architettonico della sua casa o degli edifici religiosi del luogo. I soggetti erano dunque diversi, si staccava dal sogno americano portandone tuttavia dei barlumi all’interno delle sue opere. In questo periodo era solita fare lunghe camminate sulle montagne e tra i deserti della regione, raccogliendo sassi od ossa di animali per poi rappresentarli a suo modo sulla tela.

Ram’s Head, White Hollyhock-Hills, Georgia O’Keeffe, 1935

Deer’s Skull with Pedernal, Georgia O’Keeffe, 1936

Morì negli anni 80, dopo aver trascorso tutta la sua vita al servizio della pittura. Prima di morire le fu conferita la medaglia nazionale delle Arti dal presidente Reagan in persona.

Fu una delle pittrici più prolifiche e affascinanti della storia americana, portavoce di una filosofia innovativa e testimonianza di quello che la meraviglia dell’arte riesce a creare.