Donne d’arte: l’arte sospesa di Emma Ferrer Hepburn

È un venerdì come tanti altri. Al mio risveglio mi si presenta davanti un cielo plumbeo che pare carico di pioggia. L’aria è frizzante, fresca persino, per via degli acquazzoni dei giorni precedenti. Chiamo Emma alle due del pomeriggio e lei risponde subito. Dall’altro capo del telefono sento una voce dolce e gentile. In poco tempo scopro che è facile parlare con lei e l’agitazione che mi ha accompagnata nelle ventiquattr’ore precedenti lascia il passo a una sensazione di comfort e serenità.

Emma è un’artista. Si è interessata alla pittura sin da quando era bambina, con naturale inclinazione. Mi dice che ha sempre fatto corsi extracurricolari e portava avanti la passione per la danza classica. Alle medie ha capito che la sua chiamata era la pittura e l’ha alimentata frequentando corsi estivi in varie università, come il Pratt Institute e la Rhode Island School of Design. Qui, a contatto con giovani artisti, per periodi anche lunghi sei settimane, si è trovata a suo agio. Le chiedo com’è stata accolta dalla sua famiglia la sua decisione di diventare artista. Mi risponde in tono pacato che non è mai stato un problema, anzi. Le uniche perplessità che hanno mostrato, aggiunge, le hanno mostrate di recente. Emma ha 31 anni e come molti creativi ci ha messo del tempo per consolidarsi e trovare la sua stabilità. Inizialmente ha incontrato delle difficoltà, ma dopo la sua prima mostra personale – nel 2025, alla Sapar Contemporary Art Gallery di New York- le cose sono andate meglio. “Per me non c’era ombra di dubbio che volevessi fare questo.” Le dico che la capisco, che mi sono trovata – e mi trovo- nella medesima situazione. “Ci vuole tempo per un percorso creativo”, mi dice, “perché una persona deve maturare come persona e come creativo.” Le sue parole mi tranquillizzano. Sapere che un’artista che stimo ha l’umiltà di ammettere anche i momenti difficili rende anche i miei sogni più realizzabili. “Il tipo di arte che faccio richiede una maturità personale”, aggiunge, “Io sono in pace con il mio percorso.”

Emma Ferrer Hepburn nel suo studio in Toscana

Le chiedo come abbia deciso di venire in Italia a studiare e interessarsi al mondo rinascimentale. Mi risponde che ha cominciato a venire in Italia a cinque anni per l’estate, poi tra gli undici e i quattordici anni come pendolare, solo successivamente si è trasferita a tempo pieno. A Los Angeles, città d’origine, non si sentiva stabile accademicamente ed emotivamente da un paio di anni. Quando si è stabilita a Firenze, una “culla di arte e di bellezza”, ha sentito subito una connessione con la città, piccola, dove si è sentita accolta. Qui ha sperimentato una rinascita personale. Ha sviluppato la sua sensibilità verso l’Umanesimo e il Rinascimento, facendola crescere e nutrendola. Mi dice che ci sono opere d’arte rinascimentali che le sono molto care, e viaggia spesso per vederle di persona.

Dalle sue parole si percepisce la sua stima verso gli artisti del passato e il suo rispetto per la loro arte, fonte d’ispirazione, di studio continuo.

Quadro in lavorazione, Emma Ferrer Hepburn

Parliamo degli aspetti tecnici della realizzazione delle sue opere. Per lei che si è formata come pittrice classica i materiali sono centrali. Alla Florence Academy of Art, dove ha studiato, ha imparato le tecniche dal periodo del ‘400 sino alla fine del ‘800. La sua base è la pittura ad olio, che prevede l’utilizzo di materiali tradizionali, ma si dice anche esplorativa. Costruisce in autonomia le sue tele e dice che per lei la “concettualità” di un’opera “deriva dall’inizio. Come preparo la tela, che supporto utilizzo, che sia lino o iuta, oppure legno o anche sasso.” Emma è molto concentrata sui materiali e sulle tecniche. “Il materiale è collegato al concetto e all’immagine finale.” Per certi quadri usa tele più fini che si prestano al dettaglio, ma molto più spesso usa un lino o una iuta con un poro molto grande e grezzo e va ad applicare una preparazione trasparente, oppure gesso bianco a strati, per creare livelli di trasparenza tra i vari strati. Mi dice che ama molto la crudezza, il grezzo del supporto che utilizza e lo vuole far risplendere anziché coprirlo.

Emma Ferrer Hepburn al lavoro

Le dico che i suoi quadri mi appaiono molto onirici. Non vi trovo la precisione dettagliata che posso trovare in Georgia O’Keeffe – pittrice che amo molto-, ma un lirismo particolare, dato dai colori terrosi che ricordano un Altrove e anche dai soggetti che sono innocenti, vittime sacrificali. Le chiedo come sviluppi il suo stile personale attraverso le pennellate, la scelta dei colori e come disporli. Mi dice che non ha mai cercato di creare un’estetica originale, piuttosto la sua pittura è intuitiva, emotiva, e radicata in una conoscenza anatomica e nella capacità di osservazione. Nella sua arte cerca di trovare immagini che rispondano proprio a questa intuitività e spiritualità. Qualcosa che va oltre la fisica dei corpi, qualcosa di metafisico. Si definisce rappresentativa e in questo senso realista, ma le interessa un’immagine dell’Altrove. Anche attraverso i colori della terra, dei dintorni della sua casa, pastellosi, il tratto del pennello, cerca la liricità, la poesia. Mi dice che la base tecnica è molto importante, ma poi è la visione personale di ciascuno a portare unicità.

The Scapegoat, Emma Ferrer Hepburn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

La sua unicità è fiorita in Toscana, un ambiente agreste, contadino, ricco per la rappresentazione animale. Il passato, le tradizioni, la storia, emergono in ogni luogo. Le chiedo se tutto questo alimenti la sua arte, il suo sguardo e la sua prospettiva, se sia il motivo per cui ha deciso di stabilire qui il suo studio oltre che la sua vita. “Assolutamente” mi dice. Quando era una giovane donna, a quattordici anni, è potuta maturare in un ambiente ricco di bellezza ed estetica e questo le ha permesso di formare la sua identità artistica. “Vivevo fuori Firenze, in campagna, con mio padre” aggiunge “e sono sempre stata molto colpita dalla natura, dal paesaggio toscano.” Questa sensazione non è andata a scemare. Per lei la Toscana è Casa, il luogo giusto in cui stare a livello d’anima. “Ci sono certi luoghi in cui uno si sente giusto, che deve stare lì”, mi dice, “e io ho questa cosa in Toscana. Dopo essere tornata qui, dopo sei anni che ho vissuto a New York, dove dipingevo e lavoravo, cercavo di mandare avanti la mia vita, avevo una mancanza proprio di anima, dentro di me, che bramava per quello che sentivo in Toscana, in Italia, che non avevo altrove. E quando sono tornata qui, quattro anni e mezzo fa, è rinata del tutto. Ho notato quanto è collegata la mia identità artistica e visione di pittura a questi paesaggi, queste storie di campagna, questi animali, persone. Poi anche la spiritualità che sento in questi luoghi.” Riesco a percepire il suo amore per quella terra anche a chilometri di distanza e, dalle sue parole, sento che questo luogo le appartiene tanto quanto lei appartiene a lui.

The Argive Ritual to the Warder of The Dead, Emma Ferrer Hepburn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

Parliamo ancora un po’ di alcune sue opere realizzate di recente e presenti in diverse collezioni. In “Lamb with Roses” (2024, collezione “The Scapegoat”), si percepisce la bellezza e la delicatezza dell’innocenza. In altri, come “Deer Hunt” (2024, collezione “Green Pastures”), si percepisce il senso di sospensione del tempo, il momento prima che la mano umana rapisca vite. In “The Argive ritual to the Warder of the Dead” (2024, collezione “The Scapegoat”), si percepisce invece un senso di straniamento, malinconia. Una tristezza profondamente radicata. Le chiedo, tra alcuni temi precisi, quale sceglierebbe come rappresentativo della sua arte. Mi dice che quelli che sente di più sono l’innocenzail sacrificiola solitudine e la morte. Sono quelli a cui torna più spesso, che esplora di più nella realizzazione delle sue opere.

Agnus Dei, Emma Ferrer Hepburn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

Lamb with Roses, Emma Ferrer Hebpurn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

Per concludere la chiacchierata le chiedo se ci siano artisti a cui si ispiri maggiormente. “Tantissimi. Per me il Dio della pittura a cui nessuno potrà mai arrivare è Piero della Francesca”, mi dice. “Ci sono tantissimi pittori che nutrono il mio lavoro, ma lui penso che abbia avuto proprio un dono, un talento, un’abilità che attraversava la spiritualità.” La sento illuminarsi di passione e amore per i grandi del passato. “Una bellezza veramente unica”, aggiunge. “Poi sono molto influenzata da Goya e da Manet.” Tra i pittori del ‘400 “Paolo UccelloMasaccio, ce ne sono tanti di quel periodo. Poi ci sono due pittori Svizzeri”, dice, “uno che si chiama Arnold Böcklin e uno che si chiama Félix Vallotton.” Per un periodo della sua vita si è appassionata molto all’arte di De Chirico. “Ci sono anche opere individuali che sono molto importanti per la mia pratica, ovvero il quadro “The Scapegoat” di William Holman Hunt, che è stato un po’ il fulcro di tutte le opere che ho creato per la mia mostra personale a NY.”

The Scapegoat, William Holman Hunt, 1854, National Museum Liverpool

Emma ha realizzato eponimi del quadro, riportando la sua versione, come ha fatto per l’opera “Agnus Dei” di Zurbarán. “In questo momento mi piace moltissimo Munch”, di cui mi consiglia una mostra a Roma.

Per salutarci le chiedo quando e dove si terrà la sua prossima mostra.

“A fine agosto, in un piccolo paesino del Belgio.”

Ci salutiamo, ma poi ci ritroviamo a parlare ancora di tanti argomenti. Mi dà il numero di un bravo agopunturista, con la naturalezza e semplicità con cui si condivide tra amiche. Emma è proprio questo: genuinità, calore umano.

Un giorno spero di riuscire ad incontrarla ad una sua mostra.

Il link della mostra che si terrà in Belgio, alla fiera QUARTIER KORTRIJK, tra il 28 e il 31 agosto: https://www.quartierkortrijk.be/?fbclid=PAQ0xDSwLodF1leHRuA2FlbQIxMQABp06xJdO4hIMjqeSrfHNnS_ow9IbKa0a7wXzJuEtmUG4emqogqFe78upHNF4W_aem_0meyYiLVildBG5zrfrgSEg

Il suo sito personale, dove potete visionare le sue opere: https://www.emmaferrer.com/

Margaret Morris’ Mermaids

Margaret Morris (10.3.1891- 29.02.1980) fu una ballerina, coreografa, pittrice e insegnante inglese.

Margaret Morris, via The Library Time machine’s scrapbook.

Portò avanti la sua passione per la danza sin dalla tenera età, rigettando i duri precetti e le regole imposte dalla danza classica tradizionale. Tra le posizioni forzate, gli en-dehors delle anche, Margaret si sentiva oppressa. Il movimento, quello vero, doveva nascere da una spinta di libertà del corpo. La tecnica era sicuramente fondamentale, ma mancava qualcosa nella danza classica che Margaret riuscì a trovare nella visione di Isadora Duncan e nella sua Rivoluzione del Movimento.

Nel 1909 conobbe Raymond Duncan, fratello della più celebre ballerina, che le insegnò le sei posizioni classiche della tradizione Greca. Queste divennero la base per i suoi movimenti e le sue coreografie, tanto da portarle un certo successo di critica e pubblico: a soli ventun anni la stampa la acclamò come la “prima donna attrice e manager”.

Margaret realizzò balletti, costumi di scena, dipinti, spingendo la sua creatività sempre un passo oltre quello che ci si aspetterebbe.

Ma fu nel 1917, con un progetto innovativo, che Margaret trovò una vocazione profonda. Nacque la prima summer school del paese e qualche anno dopo, nel 1922, nacque la prima scuola educativa dove le materie classiche venivano integrate da uno studio mirato della danza, della recitazione e della musica. Tra gli altri corsi previsti vi erano la pittura, il design, l’improvvisazione, la scrittura creativa di poesie e saggi, lo studio delle parole e gli aspetti più tecnici di organizzazione di una messa in scena.

Margaret pubblicò diversi libri per parlare della sua idea di movimento, che con il tempo integrò allo studio della fisioterapia.

Celebri sono le “Margaret Morris’ Mermaids”, le studentesse della summer school, che durante le gite al mare sulla spiaggia di Harlech, vennero immortalate in varie posizioni coreografiche di rara bellezza, emblema della filosofia di Margaret che conciliava la danza con l’educazione fisica più ampia e che credeva il movimento una fonte di benessere da poter portare avanti a tutte le età.

Margaret Morris’ Mermaids, 1920, From the Harris and Ewing collection, Library of Congress

Margaret Morris’ Mermaids, 1920, From the Harris and Ewing Collection, Library of Congress

Women dancing on Harlech Beach, video still from Miss Margaret Morris and her Merry Mermaids, BFI Newsreel.

Danzando le giovani donne sembrano riprendere movimenti catturati dalla fantasia di un pittore. Significativo il collegamento con il famoso quadro di Matisse.

Henry Matisse, The Dance, 1910, Hermitage, Saint Petersburg

Margaret Morris’ Mermaids, 1920 c.a., credit unknown.

Margaret Morris’ Mermaids, 1920 c.a., credit unknown

Margaret Morris’ Mermaids, 1920 c.a., From the Harris and Ewing collection, Library of congress

Per esplorare ulteriormente le coreografie e la bellezza dell’arte di Margaret, ecco alcuni link utili dove è possibile visionare filmati originali del tempo:

Per la visione del film: https://player.bfi.org.uk/free/film/watch-miss-margaret-morris-merry-mermaids-1922-online

L’artista hippie Bergamasco esponente dell’Art Brut

ECCO LA SORTE del CREATO quale FINESTRA a questo MONDO mi ha APERTO E il DESTINO MI ha PRESO in CONSEGNA nel CAMMIN di MIA VITA e per BONTÀ SUA mi TIENE ancora a BRACCETTO.  –  G.B.P.

Giovanni Battista Podestà (Torre Pallavicina 13.02.1895- Laveno 16.02.1976) nacque in una famiglia povera del panorama Lombardo.

Dodicesimo di tredici sorelle, subisce la perdita del padre prematuramente e ciò lo vede costretto ad abbandonare la scuola a dieci anni per dedicarsi al lavoro. Durante questi anni, sei delle sue sorelle muoiono di tubercolosi, lasciando la famiglia in un profondo dolore.

La situazione europea si fa difficile e, all’alba del 1914, Giovanni viene chiamato al fronte dove viene ferito e fatto prigioniero. Qui, tra paura e disaccordo per le manifestazioni violente, subisce un trauma indelebile. La sua natura pacifista emerge durante il conflitto, ma poco può di fronte ai grandi eventi del mondo.

Si trasferisce a Laveno, sul Lago Maggiore, e trova lavoro in una fabbrica di ceramiche. Nel 1922 incontra una donna, Maria Nobili, che diventa ben presto sua compagna di vita e madre delle sue due figlie.

Durante questi anni comincia ad avvicinarsi all’arte, completamente da autodidatta, come forma di espressione dei moti interiori dell’animo umano. Inizialmente si dedica alla pittura ad olio, prevalentemente di stampo religioso cattolico. In questi anni dà vita a decorazioni classiche di piatti, credenze e dipinge il divano di casa.

Cassapanca e divano, Giovanni Battista Podestà, tempera su legno, copyright dal sito ufficiale rimosso dal web.

Allo scoppio della II Guerra Mondiale, viene richiamato nell’esercito come supervisore dei trasporti ferroviari vicino a Parma.

Dal 1945 la sua visione artistica cambia. L’influenza neoclassicista che lo aveva animato in precedenza, subisce una mutazione. Alla pittura ad olio sostituisce la scultura e i bassorilievi, realizzati con colla, segatura, specchi e materiali di recupero.

Il fil rouge della sua filosofia è la perdita dei valori tradizionali in favore del consumismo.

Proprio in questi anni realizza anche degli abiti che indossa ogni giorno come manifestazione della sua realtà interiore.

Nelle lunghe passeggiate quotidiane, accompagnato da un bastone ornato con gli episodi della sua vita, intrattiene le persone che lo fermano per strada, incuriosite dai suoi look. Porta una lunga barba e capelli da hippie, una cravatta ornata che rappresenta un becchino e uno scheletro, ed un anello con una testa di morto. Il suo stile unico lo fa un ribelle che si approccia alla vita con colore e esuberanza.

Manteau, chapeau et parapluie,Giovanni Battista Podestà, sans date
vêtements et parapluie peints, 115 x 60 x 45, © crédit photographique, Collection de l’Art Brut, Lausanne

Portrait de Giovanni Battista Podestà, photo: Marischa Burckhardt, © crédit photographique, Collection de l’Art Brut, Lausanne

Il suo rapporto con la religione è talmente stretto che ogni venerdì santo scala la collina, portando sulle spalle la sua personale croce.

Giovanni Battista Podestà con la sua croce e il suo bastone.

Dal 1954, anno della pensione, si dedica completamente alla realizzazione di opere artistiche.

La vita scorre regolare, fino alla morte della moglie nel 1974, anno in cui tutto cambia.

Giovanni non si riprende dal lutto e la perdita della compagna rappresenta per lui un dolore indicibile, al punto tale che smette di creare.

Nel 1976 muore, lasciando parte delle sue opere alla famiglia, alcune a collezionisti e altre, esigue, a diverse gallerie.

Si possono trovare esposizioni dei suoi lavori alla Collection de l’Art Brut di Losanna e alla Halle de Saint-Pierre a Parigi.

Il sarcofago, Giovanni Battista Podestà, sans date
sculpture, techniques mixtes, 34 x 50 x 54 cm, © crédit photographique,
Collection de l’Art Brut, Lausanne

Il mostro, Giovanni Battista Podestà, sans date
sculpture, techniques mixtes, 80 x 66 cm,© crédit photographique, Collection de l’Art Brut, Lausanne

La sua arte convoglia un simbolismo misterioso ed affascinante, con echi di storia contadina Bergamasca, con influenze medievali, cristiane e kitsch.

Ad oggi rimane un artista minore, poco conosciuto, ma dignitosamente apprezzato nel panorama di quell’arte, definita Brut, nata in seno alla “pazzia” e alla stravaganza di chi non ha mai voluto affidarsi a scuole o accademie.

Alcuni link utili: https://christianberst.com/en/artists/giovanni-battista-podesta#artworks

Info utili: https://web.archive.org/web/20131005172838/http://www.artbrut.ch/fr/21004/1022-5/auteurs/podesta–giovanni-battista

Il sito web:

https://web.archive.org/web/20190109181832/http://www.podestagiovannibattista.it/#go_page_99

Danse de Follies! Lo spettacolo più all’avanguardia di New York

Era luglio 1915, quando, tra il caldo infernale della città e i suoi odori acidi, si dava il via allo spettacolo d’avanguardia più spinto dell’epoca.

Florenz Ziegfeld, Jr. era un prominente uomo d’affari newyorkese, l’inventore degli spettacoli d’intrattenimento “Ziegfeld Follies”, ispirati a quelli che si tenevano a Parigi, le Folies Bergère.

Inaugurati nel 1907, avevano abbracciato un nuovo modo di pensare la femminilità e il business, al punto da diventare famosissimi in tutto il paese.

Tra le ragazze che vi lavoravano come chickens”, il livello più basso, o “showgirl”, quello più alto, vi erano alcune delle più importanti stelle di quegli anni: Josephine Baker, Fanny Brice, Louise Brooks, Marion Davies, Nita Naldi, Barbara Stanwyck, Doris Eaton e moltissime altre.

Partecipare come corista agli spettacoli era l’apripista per una carriera brillante nel mondo del cinema o della musica e le giovani ragazze americane sognavano di essere tra le fila delle ballerine, alte uguali, pelle bianchissima, a muoversi all’unisono a tempo di musica.

Ziegfeld avevano notato che dopo gli spettacoli tanto acclamati, la gente se ne andava a trascorrere il resto della serata in altri night club. Così, invogliato ad aumentare i suoi profitti e a far risplendere le sue idee, decise di dare vita a un secondo spettacolo: Danse de Follies!

A termine dello spettacolo principale, bastava prendere l’ascensore e salire sul terrazzo del New Amsterdam Theatre sulla 42° strada, New York. Ad accoglierti sul rooftop garden, definito da alcuni “the meeting place of the world”, musica, danze e champagne a litri.

Lo spettacolo, che cominciava a mezzanotte, era sceneggiato nella parte in disuso del teatro, dove Ziegfeld aveva fatto istallare tavoli e sedie.

La parte più innovativa era il palco meccanizzato, in grado di ritrarsi in modo da lasciare spazio alla pista da ballo. Sopra era stata istallata una passerella trasparente, dove le ragazze potevano ballare ed essere ammirate dagli ospiti sottostanti.

Lo show, poi rinominato The Midnight Frolic, era un po’ più risqué delle Follies.

Le ballerine erano invitate a indossare della biancheria spessa, per protezione, ma questa regola veniva raramente rispettata.

Parte dello spettacolo consisteva nel scegliere la più bella tra le danzatrici e riportarlo su un’apposita scheda fornita dal locale. La vincitrice vedeva il suo stipendio per quello spettacolo raddoppiato.

Margaret Morris, Kay Laurell, and Florence Cripps on the infamous glass walkway in the Ziegfeld Midnight Frolic of 1916. (talesofamadcapheiress.blogspot.com). via Newyorkerstateofmind.com

Lo show più gettonato di tutti era quello delle “ragazze palloncino” che, passando tra i tavoli, invitavano gli uomini a scoppiare il loro palloncino con i sigari, una sorta di preludio alle famose “conigliette” che più di recente hanno popolato il panorama americano.

Ziegfeld girl Olive Thomas wearing her balloon costume on the stage of the New Amsterdam’s rooftop theatre during the original run of the Midnight Frolic. Male patrons were encouraged to use their cigars and cigarettes to pop the balloons. Photo circa 1915. (Pinterest) via Newyorkerstateofmind.com

White Studio (New York, N.Y.). [Sybil Carmen in “Ziegfeld Midnight Frolic”.] 1915. Museum of the City of New York. Gift of Henry Irving Brock, 1959. 59.271.16 ©The New York Public Library

L’avanguardia di questi spettacoli, però, era a caro prezzo. L’ingresso costava 5 dollari, che corrispondo a circa 120 dollari attuali, in aggiunta al prezzo del biglietto.

Se si voleva stare in prima fila per ammirare le ragazze da più vicino, il costo era 3 dollari (55 dollari odierni), mentre i posti in platea costavano 2,5 dollari.

La rivista teatrale divenne subito un successo, al punto tale che anche le celebrità presenziavano come ospiti fissi.

Ziegfeld, molto lungimirante, per evitare ai signori ospiti di farsi male battendo troppo spesso le mani, mise a disposizione dei martelletti ad ogni tavolo, in modo che potessero essere utilizzati al posto degli applausi.

Lo spettacolo era suddiviso in atti in cui si alternavano vari numeri comici, canori e di danza, con protagonisti del calibro di Frances White, Teddy Gerard, Eddie Cantor e molti altri. Durante la pausa, lunga 25 minuti, gli ospiti potevano cenare, danzare, bere e divertirsi in compagnia, ovviamente ad un costo elevato!

Una birra poteva costare fino a 1 dollaro, cioè quasi 25 dollari odierni e per una piccola bottiglia di champagne servivano 2,75 dollari.

Lo sfarzo era senza limiti. Gli chef dello Ziegfeld erano molto rinomati per le loro bistecche, ma per gli ospiti più esigenti e chic erano presenti scorte di caviale Beluga da poter degustare con lo champagne.

Gli abiti e le scene dello spettacolo potevano costare carissime. Si ricorda che durante la prima guerra mondiale, Ziegfeld, per non abbassare lo standard della sua opera, spese 3000 dollari per degli allestimenti in chiffon raggiungendo costi di produzione che contavano sei zeri.

Alfred Cheney Johnston (1885-1971). [Frances White in “Ziegfeld Midnight Frolic”.] 1919. Museum of the City of New York. Gift of Mrs. William R. Stephenson, 1974. 

Il club rimase aperto tutto l’anno per sei anni e nemmeno la prima guerra mondiale riuscì a impattare la produzione. Fu solamente con il proibizionismo che il sogno d’avanguardia si spense, e Ziegfeld fu costretto a malincuore a chiudere i battenti nel 1922.

Come scrisse il New York Times nei suoi anni d’oro:

“One might search the world and not find anything quite as unique or lavish as this midnight revue.”

Actress Kay Laurell standing on glass platform seen from below, from Midnight Frolic of 1915

Ithell Colquhoun, l’artista tra surrealismo ed occultismo.

Margaret Ithell Colquhoun (Shillong 9.10.1906- Cornovaglia 11.4.1988) nasce da funzionari britannici in Bengala, nell’India Britannica.

In tenera età si trasferisce con i genitori in Inghilterra dove entra nel Chentenham Ladies College e successivamente, nel 1927, alla Slade School of Art di Londra.

Si appassiona di occultismo a 17 anni grazie alla lettura di “Abbey of Thelema” di Aleister Crowley e da questo momento alimenta una ricerca interiore fatta di pratiche esoteriche volte alla conoscenza e alla celebrazione del Femminile Sacro.

Nel 1929 vince lo Slade’s Summer Composition Prize per il suo “Judith Showing the Head of Holofernes” che viene successivamente esposto alla Royal Academy di Londra, un passaggio fondamentale per la sua carriera artistica. In questo periodo Ithell produce molte opere di stampo biblico, con eroine femminili forti e potenti che alcuni credono essere una celebrazione di Artemisia Gentileschi.

Attratta da tutti i tipi di arte, comincia a scrivere, un’abilità che porta avanti parallelamente alla pittura e al disegno, e pubblica il suo primo articolo, “The Prose of Alchemy”, per la Quest Society, nel 1931 .

“Judith Showing the Head of Holofernes”, Ithell Colquhoun, oil on canvas, 1929.

Una tappa essenziale della sua evoluzione pittorica è il suo peregrinaggio in Europa, dove tocca le sponde di Grecia, Corsica, Tenerife e Francia. In questi territori marittimi e opposti all’uggiosa Inghilterra si esercita nella rappresentazione ad acquarello, documentando fedelmente i suoi viaggi e la realtà attorno a sè. La componente umana è totalmente assente nelle sue opere, ma percettibile. I disegni e gli acquarelli, 91 in totale, sono finestre aperte sugli istanti della vita, sulle tracce dell’uomo e dei suoi gesti passati: un letto disfatto, vestiti dismessi, cancelli ed interni popolano il panorama delle sue tele. Ed è proprio con questa produzione che Ithell sfonda con la sua prima mostra alla Cheltenham Art Gallery nel 1936.

“Bed II-Greece”, Ithell Colquhoun, Watercolor and pencil, 1933.

“Gateway”, Ithell Colquhoun, Watercolour and crayon on two sheets of joined paper, 1937.

Ma è a Parigi che la sua strada prende una svolta importante: introdotta al mondo surrealista dei circoli artistici parigini, Ithell si appassiona di questo filone artistico tanto da farlo proprio per tutta la sua vita. Incontra André Breton e Dalì che diventa l’artista che più di tutti riesce a scuoterla e ispirarla.

Nel ’36 partecipa alla International Surrealist Exhibition e qui assiste alla celebre lezione di Dalì in cui, presentatosi vestito con una tuta da immersione, rischia di soffocare. L’esposizione la motiva ulteriormente e comincia a far maturare dentro di lei la consapevolezza che la porta a rielaborare la sua arte da realismo a surrealismo.

I soggetti che dipinge sono piante e fiori, simbolo di fertilità, creatività e sessualità, dove applica strenuamente e con precisione le tecniche apprese.

Innamorata dell’idea surrealista, si unisce al British Surrealist Group nel ’39 e, sempre nello stesso anno, espone con Roland Penrose 14 dipinti a olio e due oggetti alla Mayor Gallery.

Il gruppo surrealista, però, impone l’esclusività e l’artista non può partecipare a nessun altro gruppo, indipendentemente dalla sua natura. Questo limita Ithell che si considera libera e a causa della sua partecipazione ad altri gruppi di stampo occultista, viene espulsa solo un anno dopo.

“Birds of Paradise Flowers”, Ithell Colquhoun, oil on board, c.1936.

“Flowers in a Greenhouse”, Ithell Colquhoun, oil on cavas, 1934.

Ithell non demorde e continua per la sua strada praticando l’arte surrealista a suo modo, sia con le tecniche apprese dai maestri, sia con altre inventate da lei.

Colquhoun infatti utilizza diversi metodi: la decalcomania nell’opera “Gorgone” del 1946; il superautomatismo nell’opera “Curving Forms in skein shapes” del 1948; la stillomanzia nell’opera “Horus” del 1957; il parsemage nell’opera “Sea Mother” del 1950; la grafomania entottica nell’opera “Torn Veil” del 1947 e molte altre.

“Gorgone”, Ithell Colquhoun, oil on board, 1946

“Curving forms in skein shapes”, Ithell Colquhoun, ink, c.1948.

“Horus”, Ithell Colquhoun, ink and wash, c.1957.

“Torn Veil”, Ithell Colquhoun, ink drawing, 1947.

Nel 1943 sposa Toni del Renzo, artista e critico d’arte, che inizialmente aveva recensito una sua mostra. Il matrimonio dura solo quattro anni e si conclude con un aspro divorzio.

Parallelamente all’attività pittorica si dedica alla poesia e alla prosa, che ritiene forme di espressione altrettanto surrealiste.

Durante gli anni ’50 abbandona la pittura. Di questo periodo si contano anni senza una singola produzione.

Nel 1955 pubblica “The Crying of the Wind”, un diario di viaggio; nel 1973 il “Grimore of the entangled Thicket” una raccolta di poesie e disegni ispirato a favole Gallesi pre cristiane, nel 1983 “Osmazone”, un’antologia di prosa e poesia.

Nel 1957 si trasferisce a Paul, in Cornovaglia, dove trascorre i restanti anni della sua vita.

Negli ultimi anni ritorna alle rappresentazioni naturali che continuano a ricalcare il suo mondo interiore. Le tecniche sono le stesse imparate negli anni della gioventù, in particolare la decalcomania, mentre la componente sessuale che contraddistingueva i suoi primi lavori, qui risulta diminuita o totalmente assente. Le composizioni sono semplici ed immediate, come in “A Rose is a Rose is a Rose” del 1980. Anche la tecnica del collage diventa predominante nei suoi lavori. Ne sono un esempio “Cornish Landscape” del 1971 e “Bird of Passage” del 1963.

“A Rose is a Rose is a Rose”, Ithell Colquhoun, Acrylic on board, 1980.

“Birds of Passage”, Ithell Colquhoun, Collage, 1963.

Alla sua morte lascia i diritti delle sue opere all’associazione The Samaritans, il suo lavoro sull’occulto alla Tate e le restanti opere al National Trust.

Nel 2019 Tate compra la partecipazione delle opere del National Trust.

Ithell fu un’artista autodidatta, come disse lei:

“I am teaching myself to carve and to write. Sometimes I copy nature, sometimes imagination: they are equally useful.” 1

Le sue opere nascono nei temi classici del surrealismo: il subconscio, i sogni, la psicanalisi tanto cara agli esponenti di questo movimento, ma si incarnano profondamente in temi come il genere e la sessualità, il Divino Femminile, l’ordine del cosmo, la transizione e la trasformazione così come l’influenza orientale.

Troviamo però anche temi politici come in “Tepid Waters” per la guerra civile spagnola.

Ithell è rimasta per tutta la vita legata al surrealismo e alle sue tradizioni rappresentative. L’occultismo, una parte fondamentale della sua vita, si è articolato perfettamente nelle sue opere dove ha realizzato opere fortemente simboliche e ricche di significato.

È possibile vedere le sue opere nella mostra “Ithell Colquhoun: Between Worlds”, Tate, fino al 5 maggio 2025.

  1. Colquhoun, I. “What do I need to paint a picture?” London Bulletin, No. 17, 15th June 1939. p13 ↩︎

Breve Compendio di mare e di conchiglie

Da sempre ricca di fascino, la conchiglia incarna una serie di significati variegati e legati perlopiù al mondo delle emozioni e dell’inconscio.

Portatrice di bellezza raggiunge l’apice della perfezione nella sua struttura equilibrata e matematica, fonte di ispirazione per artisti e studiosi di ogni epoca.

Rinascita, fecondità, profondità di animo, mistero, femminilità, amore sono solo alcuni dei significati che le sono stati attribuiti nel corso dei secoli. Non resta che meravigliarsi di fronte alla bellezza di questa creazione ricalcata nell’arte di molti.

Home of Pierre Le Tan as seen by Duncan Grant featuring a grotto chair and a seventeen century Venice console. Via: https://www.instagram.com/acquadiartem/

Portrait of a lady in an allegorical guise, holding a dish of pearls, Pierre Mignard I. Via: https://www.instagram.com/acquadiartem/

Ancient Egyptian gold cosmetics vessels. Via: https://www.instagram.com/acquadiartem/

Syrinx Aruanus. Photo from 1950. Via: https://www.instagram.com/acquadiartem/

Detail from Persia and Andromeda, Joachim Wtewael, 1911. Via: https://www.instagram.com/classica.arte/

Nautilus Cup, Holbein Bowl, Glass Goblet and Fruit Dish, detail, Willem Kalf, 1678. Via: https://www.instagram.com/classica.arte/

Casa Nautilus, Città del Messico.

Wedgwood collection of pearlware shell plates. Via: https://www.instagram.com/acquadiartem/

L’artista tra genio e pazzia

Tra tutti gli artisti del ‘900 uno in particolare conquistò l’interesse di André Breton che arrivò a studiarne la personalità e la produzione.

Adolf Wölfli (Bowli 29.02.1864- Berna 06.11.1930) fu l’esempio vivente del rapporto viscerale tra genio e follia.

General View of the Island Neveranger, Adolf Wölfli, 1911

Nato in una famiglia contadina povera, ultimo di sette fratelli, sin dall’infanzia incontra terribili difficoltà. Il padre, alcolizzato, finisce in prigione e abbandona la famiglia quando Adolf ha soli 6 anni. La madre, lavandaia, non può permettersi di mantenere sette figli così, nel 1873, il piccolo Adolf viene venduto come bracciante.

Alla morte della madre, insorta l’anno dopo, Adolf viene affidato a diverse famiglie che spesso lo maltrattano e abusano di lui.

Responsabile di diversi tentativi di stupro (alcuni ai danni di bambine di 3 e 5 anni) finisce nel manicomio Waldau nel 1895.

Qui la diagnosi di schizofrenia sembra chiarire la condizione dell’uomo che spesso è fortemente agitato, violento e sente le voci.

Nei 35 anni trascorsi all’interno della struttura, passa la totalità del tempo a disegnare e realizzare una biografia monumentale di oltre 25mila pagine.

Il disegno, incoraggiato anche dai terapeuti e dallo psichiatra responsabile, Walter Morgenthaler, sembra calmarlo e dargli un obiettivo di vita che prende seriamente a cuore e che persegue facendosi mettere spesso in isolamento per avere la concentrazione adatta a immergersi nel suo personalissimo mondo.

Irren Anstalt Brand Hain, Adolf Wölfli, 1910

Adolf prende spunto da ogni cosa: riviste, atlanti, cartoline, libri… reinventa la sua vita, il suo passato e il suo futuro nell’ottica, un po’ infantile, di un mondo altro, immaginario, in cui lui stesso è il protagonista unico e assoluto.

Crea parole, immagini, disegni, collage, spartiti musicali che diligentemente assembla nella sua biografia chiamata “Leggenda di Sant’Adolfo”.

Inizialmente scrive con lo pseudonimo di Doufi, nomignolo di quando era bambino, successivamente adotta il nome d’arte di St. Adolf II, protagonista di una battaglia cosmica creata dalla sua mente geniale.

London North, Adolf Wölfli, 1910

Adolf viene studiato per tutta la sua vita. Il dottor Morgenthaler ne scrive una biografia nel 1921, attribuendo al paziente un’abilità artistica innata, forse germogliata proprio in seno alla malattia, mentre Freud ne rimane affascinato.

Wölfi era incolto anche se alcune fonti riferiscono che avesse avuto un umile approccio scolastico finendo i primi anni di scuola. Sicuramente inesperto d’arte, divenne nel corso dei decenni uno dei principali esponenti dell’Art Brut, avvicinandosi alle neoavanguardie del ‘900.

Holy St. Adolf Tower, Adolf Wölfli, 1919

La sua opera è caratterizzata da un estremo ornamento, spesso incorniciato, in cui ritrae con diverse tecniche la realtà. La ripetizione è la chiave del suo lavoro e si mostra meticolosa anche se a tratti infantile, mancando un vero e proprio apporto prospettico alle opere. Dettagli, ghirigori e simboli sono fortemente presenti nell’opera di Wölfi e contribuiscono a creare il mondo immaginario dello stesso artista.

Pioniere rispetto ai tempi in cui viveva, Adolf utilizza la fotografia della lattina di zuppa di pomodoro Campbell nel 1929, Andy Warhol farà lo stesso solo trent’anni dopo.

Campbell’s Tomato Soup, Adolf Wölfli, 1929

Alla sua morte, avvenuta a causa di un tumore allo stomaco, Wölfi viene dimenticato.

Riscoperto da Jean Dubuffet nel 1945, ritorna in auge e viene esposto nel 1972.

Di lui ci rimangono 1300 disegni, quaderni scritti in parole e musica e 25mila pagine di biografia (i cui quaderni raggiungono l’altezza di oltre due metri!).

La sua storia, intrecciata con le vicende personali difficili, violente e illegali, sembra sottolineare uno stretto rapporto tra l’atto creativo e le facoltà mentali.

In quest’ottica Adolf Wölfi rappresenta in tutto e per tutto l’epiteto del genio folle, della visione creativa che nasce e si nutre della pazzia e dei disturbi mentali e che tuttavia rimane una caratteristica innata propria dell’individuo che ancora ci meraviglia e ci stupisce, nascosta nell’intricato mistero della mente umana.

La sua arte è esposta al museo des Beaux-Arts di Berna. Qui il link: https://www.adolfwoelfli.ch

The World of Tomorrow

Era il 1939 quando al Flushing Meadows-Corona Park nel Queens (NY) veniva organizzata la seconda fiera americana più cara di sempre, con un costo di oltre 67 milioni di dollari.

Ma facciamo un passo indietro.

Nel 1935, ancora in ballo nella Grande Depressione, diversi businessmen NewYorkesi decisero di fondare la New York World’s Fair Corporation, con uffici ai piani alti dell’Empire State Building.

Il presidente eletto fu Grover Whalen, politico e uomo di affari, e tra i partecipanti alla corporazione vi era anche il Sindaco Fiorello la Guardia che rimase in carica fino al ’46.

L’obiettivo di questi imprenditori e uomini d’affari era quello di portare una ventata di fresca economia a New York favorendo il commercio e lo scambio internazionale.

La Corporation decise quindi di inaugurare una fiera aprendo i cancelli il giorno del 150° anniversario dell’inaugurazione di George Washington come presidente degli Stati Uniti e chiamandola “The World of Tomorrow”.

Si trattava di un evento di portata stratosferica, il più importante in maniera indiscussa dalla prima guerra mondiale.

Il presidente Whalen aveva idee precise in merito alla tematica della fiera: i beni di consumo. Emblematica fu l’introduzione della televisione come oggetto ormai alla portata di tutti.

Per farsi pubblicità utilizzarono delle fasce disposte sul braccio sinistro degli atleti dei Brooklyn Dodgers, NY Giants e NY Yankees, oltre alla sponsorizzazione in giro per il mondo operata da Howard Hughes con il suo aereo.

L’apertura ufficiale fu fissata il 30 aprile 1939, una domenica nuvolosa. Solo il primo giorno arrivarono ai cancelli 206mila persone.

Diverse personalità presenziarono con discorsi di varia natura. Da Roosevelt ad Einstein, per passare a diverse star del cinema.

All’interno erano presenti diversi padiglioni provenienti da tutte le parti del mondo e dal design diverso e innovativo.

7 erano le zone tematiche, diverse architettonicamente, alcune costruite in maniera semicircolare attorno al centro realizzato da W. Harrison e M. Abramovitz che consisteva in due bianchi edifici chiamati Trylon e Perisphere ( all’interno di quest’ultimo vi era un modellino della città del futuro).

Il padiglione italiano, costato oltre 3 milioni, era caratterizzato da uno stile romano integrato con l’architettura più moderna. Una fontana alta 61 metri ne coronava l’entrata ed era dedicata a Guglielmo Marconi. Nella Hall of Nations il pavimento a mosaico circondava una statua della Lupa, madre di Romolo, tutt’intorno sulle pareti vi erano raffigurazioni dell’impero moderno realizzate in marmo nero e stucco romano bianco. Al centro della Hall troneggiava una statua in bronzo di Benito Mussolini realizzata da Romano Romanelli.

Il famoso ristorante italiano ospitato nel padiglione aveva invece l’aspetto di una lussuosa nave da crociera per mimare la tradizione italiana.

Tra gli altri luoghi di interesse c’era sicuramente la Westinghouse Time Capsule, destinata ad essere aperta solamente nel 6939 e contenente scritti di Einstein, Mann, copie di Life Magazine, un orologio di Mickey Mouse, un rasoio Gillette, un dollaro, un pacchetto di sigarette Camel, semi di varie specie tra cui cotone, soia, carota e tabacco e molto altro.

Nella Westinghouse era presente anche “Elektro the Moto Man”. Si trattava di un robot alto 2,1 metri in grado di parlare e fumare.

A sud della fiera c’era il World’s Fair Boulevard con l’area Amusement, decisamente la preferita dai visitatori. Qui potevano intrattenersi su montagne russe, attrazioni di varia natura come una torre da cui paracadutarsi e repliche di vari luoghi naturali come le Victoria Falls. In questa zona vi erano anche esibizioni di uccelli e animali rari, un orangotango addomesticato, tre elefanti performanti e la possibilità di fare dei brevi viaggi sul dorso dei cammelli.

Per intrattenere il pubblico venivano organizzati anche spettacoli esotici, con donne in topless o in costume.

Nella zona Acquacade venivano realizzati musical con giochi d’acqua e coreografie irriverenti al costo di 80 cent.

Ogni giorno all’interno della fiera era a tema. Per esempio il 3 Giugno 1940 fu il “Superman Day”, in cui si realizzò un Contest atletico e ci fu la presenza dello stesso Superman, probabilmente interpretato da Bud Collyer.

Tra istallazioni per il divertimento, ristoranti, padiglioni coronati da sculture e fontane di rara bellezza come “The Fountain of Atom” realizzata da Wayland Gregory in ceramica, padiglioni realizzati da Salvador Dali o altri personaggi di un certo spessore, un planetario e varie istallazioni artistiche, rimaneva poco spazio per la scienza e l’innovazione.

Alcune delle introduzioni che vennero fatte furono la luce fluorescente, il nylon, i set televisivi, una macchina futuristica, un temperino e poco altro.

Fortemente voluta per la classe media emergente e per superare le avversità della Grande Depressione, ospitò oltre 44 milioni di visitatori e durò da Aprile ad Ottobre 1939 e da Aprile a Ottobre del 1940.

Con un guadagno di soli 48 milioni di dollari di fronte alla spesa di oltre 67, chiuse ufficialmente i battenti il 27 Ottobre 1940 a causa della bancarotta.

Futurama General Motors at World’s Fair, architectural model of NYC in the future
Futurama General Motors at World’s Fair, architectural model of NYC in the future
Futurama General Motors at World’s Fair, architectural model of NYC in the future
Futurama General Motors at World’s Fair, architectural model of NYC in the future
The General Motors Pavilion is a popular site at the 1939 New York World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
The National Cash Register building shows the number of persons in attendance at the 1939 New York World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Wonder Bakery displays a wheat field exhibit at the 1939 World’s Fair. The model, Penelope Shoo, is wearing an outfit designed by Hattie Carnegie. The wheat field was billed as “the first planted in New York City since 1875.” (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Ford Cars Pavilion at 1939 World’s Fair (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
An aerial view of the 1939 World’s Fair shows the music hall advertising Hot Mikado with Bill Robinson. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)

Two women pose on a Kodak photo posing stand during the 1939 New York World’s Fair. (Photo by �� Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
A statue decorates the entrance to the Maritime Transport and Commerce Pavilion at the 1939 World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
The General Motors Pavilion is a popular site at the 1939 New York World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
General Motors displays a transparent car in the pavilion at the 1939 New York World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Glass Incorporated Pavilion at 1939 World’s Fair (Photo by �� Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Aquacade Floor Show at 1939 World’s Fair (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Ford Car Parts Display at 1939 World’s Fair (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
The Tomas Bata exhibit, in the Czechoslovakian Pavilion, at the 1939 World’s Fair. Bata (1828-1932) was a Czech industrialist who founded a large shoe factory. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
A model of New York as the “City of Light,” in the Consolidated Edison Pavilion, at the 1939 World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
“Futurama” model in the General Motors Pavailion at the 1939 New York World’s Fair. The exhibit was designed by Norman Bel Geddes. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Stuffed Moose in Canadian Pavilion at 1939 World’s Fair (Photo by �� Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
The Lucky Strike Cigarettes and Wonderbread buildings are shown illuminated at the 1939 World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Electric Utilities Pavilion at 1939 World’s Fair (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Firestone Pavilion at 1939 World’s Fair (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
The General Electric and Westinghouse pavilions are attractions at the 1939 New York World’s Fair. (Photo by �� Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
A statue of a Pony Express carrier being ambushed by Native Americans, at the American Telephone and Telegraph Pavilion, at the 1939 World’s Fair. | Located in: American Telephone and Telegraph Pavilion. (Photo by �� Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Chrysler Pavilion at 1939 World’s Fair (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
Time and the Fates of Man sculpture and the Perisphere, at the 1939 New York World’s Fair. | Detail of: ‘Time and the Fates of Man’ by Paul Manship. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
A row of statues leads to the Perisphere and Trylon at the 1939 New York World’s Fair. (Photo by © Peter Campbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)
The Lucky Strike Cigarettes, Wonder Bread Bakery, and Sheffield Farms buildings stand on part of the grounds of the 1939 New York World’s Fair. Peter Campbell / Corbis via Getty

The Life Savers Candy Parachute Jump. Adults paid 40 cents a trip; children paid 25 cents. After the fair, the ride was moved to Coney Island, where it operated on and off until the 1960s. Peter Campbell / Corbis via Getty

People visit the Trylon and Perisphere at the 1939 New York World’s Fair. Inside the Perisphere was a diorama of a futuristic utopian city named Democracity. After viewing, visitors would leave by descending a long spiral walkway named the Helicline.Peter Campbell / Corbis via Getty

Donne d’arte: la prosa di Anna Maria Ortese

Anna Maria Ortese.

Nata il 13 Giugno del 1914, Anna Maria Ortese trascorre la vita migrando da una città all’altra. La sua formazione scolastica è minima, senza picchi artistici, ma è la sua volontà di imparare da autodidatta che le permette di crescere artisticamente sin dalla tenera età.

Una vita difficile quella di Anna Maria, che subisce due lutti importanti in famiglia. La morte degli amati fratelli Emanuele nel ’33 e il gemello Antonio nel ’37, lascia in lei un profondo senso di tristezza e solitudine che alimenta la sua scrittura e plasma il suo carattere. 

Lei stessa arriva a dire “I soli che possono amarmi sono coloro che soffrono. Se uno davvero soffre sa che nei miei libri può davvero trovarsi”. Una porta aperta, una mano tesa per coloro che come lei sono stati toccati dalla potenza distruttiva dell’esistenza.

Nel ’37 pubblica la sua prima raccolta, “Angelici Dolori” che viene accolta in maniera divisiva.

Dal 1939 comincia a scrivere per diverse riviste come il Mattino, Il Messaggero e il Corriere della Sera affinando la sua abilità.  

È nel 1945 che inizia il suo sodalizio d’oro, non con un autore, bensì con una città di cui Ortese si innamora perdutamente e che comincia a descrivere nei suoi racconti come una casa ritrovata, un luogo che si esprime chiaramente nella sua confusione e che definisce eccezionale: Napoli. 

È proprio da questo rapporto viscerale che nasce “Il mare non bagna Napoli” che vince il premio speciale per la narrativa al Premio Viareggio del 1953. Una raccolta di racconti evocativi con protagonista la città dilaniata dal dopoguerra, in cui vivono ancora intellettuali e letterati che l’autrice ritrae nelle loro miserie e nelle loro gioie.

Questa raccolta la porta ad una rottura con le personalità di Napoli e a un successivo trasferimento al nord dove, nonostante tutto, non riesce mai a dimenticare la città amata.

Nel 1967 pubblica il romanzo “Poveri e Semplici” che vince il Premio Strega, un altro importante traguardo della sua carriera. Nel 1975 si trasferisce a Rapallo, luogo che ospiterà le sue spoglie mortali fino all’ultimo giorno della sua esistenza, il 9 marzo 1998.

La vita di Anna Maria è coronata dalla sofferenza, dallo sradicamento e dal bisogno di scrivere come modo per ritornare a casa. Una sorta di riparazione alla vita, all’essere in vita, che comporta un costo, un dispendio di una parte di noi che viene inevitabilmente persa negli eventi caotici che ci toccano. La sua arte abbraccia l’invisibile come parte del reale e si accosta al realismo magico, al surrealismo, senza però venirne definita appieno.

Ortese concretizza il suo apice artistico nella forma del racconto breve, con virgole frequenti; una scrittura moderna e metamorfica, in cui le metafore servono a comprendere il mondo e sé stessi in maniera profonda e a radicarsi in qualsiasi cosa ci possa offrire accoglienza. 

Come una sorta di rivoluzionaria Leopardi si immerge nel suo dolore ma lo tramuta, lo specchia nella struttura stessa della città di Napoli, una città che definisce grigia, ma intensa di colori, ricca e piena di contraddizioni.

Accostabile alla pittura di Thomas Jones, che ritrae Napoli usando proprio quel grigiume e quella pietra che Anna Maria ricalca nei suoi scritti, Ortese realizza un perfetto ritratto di Napoli, della donna come condizione sovversiva e di sé stessa come animo gentile, ma bestiale, che scava nel profondo della realtà per trovare una comunione con il cosmo intero.

La poesia innovativa ed esotica di Paul Poiret

Siamo agli inizi del Novecento, quando la Haute Couture rappresentava il modello di punta della moda parigina e interessava tutte le donne di buon gusto. Uscire di casa era un’occasione per mettere in mostra stoffe e gioielli e per ricordare ai propri simili lo status sociale di appartenenza.

Paul Poiret, figlio di un commerciante di tessuti, aveva manifestato sin dalla tenera età, una forte propensione per il disegno. Finite le scuole andò a lavorare presso un negozio di ombrelli, lavoro noioso e poco creativo, che però gli diede la spinta necessaria a mettere su carta delle toilettes di fantasia. Vendendole alle case di moda riuscì a mettersi da parte qualche soldo per arrotondare finché non gli fu proposto un contratto in esclusiva per la maison Doucet, nel 1898.

Adibito alla sezione del taglio, la sua creatività che sfociava spesso nella teatralità, lo incanalò verso la realizzazione di preziosi costumi di scena per le attrici in voga al tempo.

Il suo primo lavoro importante fu un mantello di taffettà nero, dipinto da Billotey con grandi Iris Mauve e bianchi e ricoperto di tulle creato per Réjane. Ad esso seguirono svariati lavori per Mistinguett e Ida Rubistein.

Nel 1901 cominciò a lavorare per Worth, grande casa di moda che però stava perdendo vigore di fronte ai cambiamenti apportati al vestiario. Il compito di Paul era quello di rendere innovativa l’immagine della maison apportando modifiche più giovanili e sbarazzine, tipiche del nuovo secolo di promesse e buone intenzioni.

Il cambiamento si rivelò arduo; le clienti erano ancora troppo affezionate allo stile pomposo portato avanti dalla maison e difficilmente si lasciavano condizionare dallo stile eclettico che Poiret voleva introdurre. L’unico abito che si concretizzò diventando un successo fu l’abito “Byzantine”, completamente ricamato in oro e argento, con uno strascico bordato di zibellino, fu indossato in occasione di un matrimonio mondano ed ebbe l’effetto di mettere in secondo piano la sposa.

Nel 1903 Poiret aprì la sua prima maison al 5 di Rue Auber. La particolarità di questo negozio situato dietro l’Opéra fu quella di avere delle vetrine dotate di esposizioni spettacolari, talmente belle da diventare famose presso tutta la città.

Vetrina della Maison Poiret. 5 Rue Auber in “Le Figaro Modes”, febbraio 1904

La sua moda diventò presto famosa e ricercatissima: linee semplice e innovazione erano le parole chiave di questa nuova prospettiva fondata sulla morbidezza piuttosto che sulla compostezza del passato. Celebre fu il modello a “Kimono” che diventò un’istanza nella Parigi del tempo. Si stava infatti diffondendo un forte senso di esotismo che piaceva molto alle donne occidentali.

Nel 1906 spostò l’atelier al 37 di Rue Pasquier dove organizzò la struttura in reparti specializzati. In quest’ottica innovativa sperimentò per la prima volta gli abiti senza busto che fino ad allora avevano costretto il corpo femminile nella famosa linea ad S. Il primo abito, senza corsetto, fu denominato “Lola Montes” ed indossato da Denise, sua moglie, in occasione del battesimo della loro primogenita. C’è da dire che in realtà Poiret non cancellò del tutto il corsetto, piuttosto lo riadattò in modo da mettere in risalto la naturale bellezza femminile semplificandone l’aspetto.

Si interessò anche al periodo neoclassico realizzando abiti in tessuti innovativi con stoffe che guardavano alla pittura d’avanguardia europea, in particolare modo ai fauves come Matisse e Derain. Importante fu anche l’uso dei colori che al tempo erano tenui e poco vivaci. Poiret introdusse il rosso, il verde e molti altri, per dare più espressione all’anemia del tempo. Il modello chiave della collezione fu l’abito “Joséphine” su ispirazione del modello Impero ed insieme ad esso propose abiti di ispirazione esotica guardando principalmente al Giappone e alla Cina.

Nel 1908 si concretizzò un sodalizio vitale per la moda di Poiret: venne pubblicato un album intitolato “Les Robes de Paul Poiret racontées par Paul Iribe”, contenente dieci tavole a colori e pubblicato in un numero ridotto di 150 copie. Qui si potevano osservare i modelli della maison ed oltre a ciò comprenderne a fondo anche lo spirito artistico. Le donne erano ritratte alte e sottili, senza forme in vista, con i capelli corti avvolti da un nastro colorato. Importante in questi anni fu anche l’attenzione rivolta ai Ballets Russes che cominciarono a diffondersi a macchia d’olio a Parigi.

Paul Iribe per Paul Poiret.

Accanto alla naturale propensione per la creazione di abiti meravigliosi, Poiret si interessò anche ai profumi e all’arredamento, allargando ulteriormente la maison fino a farla diventare un marchio vero e proprio connotato da eleganza e stile.

Durante gli anni della prima guerra mondiale la casa di moda subì delle ingenti perdite che non furono mai del tutto risanate. Quando lo stilista riuscì a ripartire con le sue creazioni, le idee che trasmetteva non risultavano più coerenti con lo spirito del tempo e la stessa clientela che un tempo lo aveva preso come riferimento ora lo metteva da parte in funzione di qualcosa di più moderno e innovativo. Fu così che la maison chiuse i battenti lasciando solamente il ricordo della sfarzosità e insieme semplicità che era riuscita a creare nel corso degli anni del suo splendore.

Paul Poiret, modello “Linzeler”, 1919.