Donne d’arte: l’arte sospesa di Emma Ferrer Hepburn

È un venerdì come tanti altri. Al mio risveglio mi si presenta davanti un cielo plumbeo che pare carico di pioggia. L’aria è frizzante, fresca persino, per via degli acquazzoni dei giorni precedenti. Chiamo Emma alle due del pomeriggio e lei risponde subito. Dall’altro capo del telefono sento una voce dolce e gentile. In poco tempo scopro che è facile parlare con lei e l’agitazione che mi ha accompagnata nelle ventiquattr’ore precedenti lascia il passo a una sensazione di comfort e serenità.

Emma è un’artista. Si è interessata alla pittura sin da quando era bambina, con naturale inclinazione. Mi dice che ha sempre fatto corsi extracurricolari e portava avanti la passione per la danza classica. Alle medie ha capito che la sua chiamata era la pittura e l’ha alimentata frequentando corsi estivi in varie università, come il Pratt Institute e la Rhode Island School of Design. Qui, a contatto con giovani artisti, per periodi anche lunghi sei settimane, si è trovata a suo agio. Le chiedo com’è stata accolta dalla sua famiglia la sua decisione di diventare artista. Mi risponde in tono pacato che non è mai stato un problema, anzi. Le uniche perplessità che hanno mostrato, aggiunge, le hanno mostrate di recente. Emma ha 31 anni e come molti creativi ci ha messo del tempo per consolidarsi e trovare la sua stabilità. Inizialmente ha incontrato delle difficoltà, ma dopo la sua prima mostra personale – nel 2025, alla Sapar Contemporary Art Gallery di New York- le cose sono andate meglio. “Per me non c’era ombra di dubbio che volevessi fare questo.” Le dico che la capisco, che mi sono trovata – e mi trovo- nella medesima situazione. “Ci vuole tempo per un percorso creativo”, mi dice, “perché una persona deve maturare come persona e come creativo.” Le sue parole mi tranquillizzano. Sapere che un’artista che stimo ha l’umiltà di ammettere anche i momenti difficili rende anche i miei sogni più realizzabili. “Il tipo di arte che faccio richiede una maturità personale”, aggiunge, “Io sono in pace con il mio percorso.”

Emma Ferrer Hepburn nel suo studio in Toscana

Le chiedo come abbia deciso di venire in Italia a studiare e interessarsi al mondo rinascimentale. Mi risponde che ha cominciato a venire in Italia a cinque anni per l’estate, poi tra gli undici e i quattordici anni come pendolare, solo successivamente si è trasferita a tempo pieno. A Los Angeles, città d’origine, non si sentiva stabile accademicamente ed emotivamente da un paio di anni. Quando si è stabilita a Firenze, una “culla di arte e di bellezza”, ha sentito subito una connessione con la città, piccola, dove si è sentita accolta. Qui ha sperimentato una rinascita personale. Ha sviluppato la sua sensibilità verso l’Umanesimo e il Rinascimento, facendola crescere e nutrendola. Mi dice che ci sono opere d’arte rinascimentali che le sono molto care, e viaggia spesso per vederle di persona.

Dalle sue parole si percepisce la sua stima verso gli artisti del passato e il suo rispetto per la loro arte, fonte d’ispirazione, di studio continuo.

Quadro in lavorazione, Emma Ferrer Hepburn

Parliamo degli aspetti tecnici della realizzazione delle sue opere. Per lei che si è formata come pittrice classica i materiali sono centrali. Alla Florence Academy of Art, dove ha studiato, ha imparato le tecniche dal periodo del ‘400 sino alla fine del ‘800. La sua base è la pittura ad olio, che prevede l’utilizzo di materiali tradizionali, ma si dice anche esplorativa. Costruisce in autonomia le sue tele e dice che per lei la “concettualità” di un’opera “deriva dall’inizio. Come preparo la tela, che supporto utilizzo, che sia lino o iuta, oppure legno o anche sasso.” Emma è molto concentrata sui materiali e sulle tecniche. “Il materiale è collegato al concetto e all’immagine finale.” Per certi quadri usa tele più fini che si prestano al dettaglio, ma molto più spesso usa un lino o una iuta con un poro molto grande e grezzo e va ad applicare una preparazione trasparente, oppure gesso bianco a strati, per creare livelli di trasparenza tra i vari strati. Mi dice che ama molto la crudezza, il grezzo del supporto che utilizza e lo vuole far risplendere anziché coprirlo.

Emma Ferrer Hepburn al lavoro

Le dico che i suoi quadri mi appaiono molto onirici. Non vi trovo la precisione dettagliata che posso trovare in Georgia O’Keeffe – pittrice che amo molto-, ma un lirismo particolare, dato dai colori terrosi che ricordano un Altrove e anche dai soggetti che sono innocenti, vittime sacrificali. Le chiedo come sviluppi il suo stile personale attraverso le pennellate, la scelta dei colori e come disporli. Mi dice che non ha mai cercato di creare un’estetica originale, piuttosto la sua pittura è intuitiva, emotiva, e radicata in una conoscenza anatomica e nella capacità di osservazione. Nella sua arte cerca di trovare immagini che rispondano proprio a questa intuitività e spiritualità. Qualcosa che va oltre la fisica dei corpi, qualcosa di metafisico. Si definisce rappresentativa e in questo senso realista, ma le interessa un’immagine dell’Altrove. Anche attraverso i colori della terra, dei dintorni della sua casa, pastellosi, il tratto del pennello, cerca la liricità, la poesia. Mi dice che la base tecnica è molto importante, ma poi è la visione personale di ciascuno a portare unicità.

The Scapegoat, Emma Ferrer Hepburn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

La sua unicità è fiorita in Toscana, un ambiente agreste, contadino, ricco per la rappresentazione animale. Il passato, le tradizioni, la storia, emergono in ogni luogo. Le chiedo se tutto questo alimenti la sua arte, il suo sguardo e la sua prospettiva, se sia il motivo per cui ha deciso di stabilire qui il suo studio oltre che la sua vita. “Assolutamente” mi dice. Quando era una giovane donna, a quattordici anni, è potuta maturare in un ambiente ricco di bellezza ed estetica e questo le ha permesso di formare la sua identità artistica. “Vivevo fuori Firenze, in campagna, con mio padre” aggiunge “e sono sempre stata molto colpita dalla natura, dal paesaggio toscano.” Questa sensazione non è andata a scemare. Per lei la Toscana è Casa, il luogo giusto in cui stare a livello d’anima. “Ci sono certi luoghi in cui uno si sente giusto, che deve stare lì”, mi dice, “e io ho questa cosa in Toscana. Dopo essere tornata qui, dopo sei anni che ho vissuto a New York, dove dipingevo e lavoravo, cercavo di mandare avanti la mia vita, avevo una mancanza proprio di anima, dentro di me, che bramava per quello che sentivo in Toscana, in Italia, che non avevo altrove. E quando sono tornata qui, quattro anni e mezzo fa, è rinata del tutto. Ho notato quanto è collegata la mia identità artistica e visione di pittura a questi paesaggi, queste storie di campagna, questi animali, persone. Poi anche la spiritualità che sento in questi luoghi.” Riesco a percepire il suo amore per quella terra anche a chilometri di distanza e, dalle sue parole, sento che questo luogo le appartiene tanto quanto lei appartiene a lui.

The Argive Ritual to the Warder of The Dead, Emma Ferrer Hepburn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

Parliamo ancora un po’ di alcune sue opere realizzate di recente e presenti in diverse collezioni. In “Lamb with Roses” (2024, collezione “The Scapegoat”), si percepisce la bellezza e la delicatezza dell’innocenza. In altri, come “Deer Hunt” (2024, collezione “Green Pastures”), si percepisce il senso di sospensione del tempo, il momento prima che la mano umana rapisca vite. In “The Argive ritual to the Warder of the Dead” (2024, collezione “The Scapegoat”), si percepisce invece un senso di straniamento, malinconia. Una tristezza profondamente radicata. Le chiedo, tra alcuni temi precisi, quale sceglierebbe come rappresentativo della sua arte. Mi dice che quelli che sente di più sono l’innocenzail sacrificiola solitudine e la morte. Sono quelli a cui torna più spesso, che esplora di più nella realizzazione delle sue opere.

Agnus Dei, Emma Ferrer Hepburn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

Lamb with Roses, Emma Ferrer Hebpurn, Courtesy of Sapar Contemporary and the Artist

Per concludere la chiacchierata le chiedo se ci siano artisti a cui si ispiri maggiormente. “Tantissimi. Per me il Dio della pittura a cui nessuno potrà mai arrivare è Piero della Francesca”, mi dice. “Ci sono tantissimi pittori che nutrono il mio lavoro, ma lui penso che abbia avuto proprio un dono, un talento, un’abilità che attraversava la spiritualità.” La sento illuminarsi di passione e amore per i grandi del passato. “Una bellezza veramente unica”, aggiunge. “Poi sono molto influenzata da Goya e da Manet.” Tra i pittori del ‘400 “Paolo UccelloMasaccio, ce ne sono tanti di quel periodo. Poi ci sono due pittori Svizzeri”, dice, “uno che si chiama Arnold Böcklin e uno che si chiama Félix Vallotton.” Per un periodo della sua vita si è appassionata molto all’arte di De Chirico. “Ci sono anche opere individuali che sono molto importanti per la mia pratica, ovvero il quadro “The Scapegoat” di William Holman Hunt, che è stato un po’ il fulcro di tutte le opere che ho creato per la mia mostra personale a NY.”

The Scapegoat, William Holman Hunt, 1854, National Museum Liverpool

Emma ha realizzato eponimi del quadro, riportando la sua versione, come ha fatto per l’opera “Agnus Dei” di Zurbarán. “In questo momento mi piace moltissimo Munch”, di cui mi consiglia una mostra a Roma.

Per salutarci le chiedo quando e dove si terrà la sua prossima mostra.

“A fine agosto, in un piccolo paesino del Belgio.”

Ci salutiamo, ma poi ci ritroviamo a parlare ancora di tanti argomenti. Mi dà il numero di un bravo agopunturista, con la naturalezza e semplicità con cui si condivide tra amiche. Emma è proprio questo: genuinità, calore umano.

Un giorno spero di riuscire ad incontrarla ad una sua mostra.

Il link della mostra che si terrà in Belgio, alla fiera QUARTIER KORTRIJK, tra il 28 e il 31 agosto: https://www.quartierkortrijk.be/?fbclid=PAQ0xDSwLodF1leHRuA2FlbQIxMQABp06xJdO4hIMjqeSrfHNnS_ow9IbKa0a7wXzJuEtmUG4emqogqFe78upHNF4W_aem_0meyYiLVildBG5zrfrgSEg

Il suo sito personale, dove potete visionare le sue opere: https://www.emmaferrer.com/

Margaret Morris’ Mermaids

Margaret Morris (10.3.1891- 29.02.1980) fu una ballerina, coreografa, pittrice e insegnante inglese.

Margaret Morris, via The Library Time machine’s scrapbook.

Portò avanti la sua passione per la danza sin dalla tenera età, rigettando i duri precetti e le regole imposte dalla danza classica tradizionale. Tra le posizioni forzate, gli en-dehors delle anche, Margaret si sentiva oppressa. Il movimento, quello vero, doveva nascere da una spinta di libertà del corpo. La tecnica era sicuramente fondamentale, ma mancava qualcosa nella danza classica che Margaret riuscì a trovare nella visione di Isadora Duncan e nella sua Rivoluzione del Movimento.

Nel 1909 conobbe Raymond Duncan, fratello della più celebre ballerina, che le insegnò le sei posizioni classiche della tradizione Greca. Queste divennero la base per i suoi movimenti e le sue coreografie, tanto da portarle un certo successo di critica e pubblico: a soli ventun anni la stampa la acclamò come la “prima donna attrice e manager”.

Margaret realizzò balletti, costumi di scena, dipinti, spingendo la sua creatività sempre un passo oltre quello che ci si aspetterebbe.

Ma fu nel 1917, con un progetto innovativo, che Margaret trovò una vocazione profonda. Nacque la prima summer school del paese e qualche anno dopo, nel 1922, nacque la prima scuola educativa dove le materie classiche venivano integrate da uno studio mirato della danza, della recitazione e della musica. Tra gli altri corsi previsti vi erano la pittura, il design, l’improvvisazione, la scrittura creativa di poesie e saggi, lo studio delle parole e gli aspetti più tecnici di organizzazione di una messa in scena.

Margaret pubblicò diversi libri per parlare della sua idea di movimento, che con il tempo integrò allo studio della fisioterapia.

Celebri sono le “Margaret Morris’ Mermaids”, le studentesse della summer school, che durante le gite al mare sulla spiaggia di Harlech, vennero immortalate in varie posizioni coreografiche di rara bellezza, emblema della filosofia di Margaret che conciliava la danza con l’educazione fisica più ampia e che credeva il movimento una fonte di benessere da poter portare avanti a tutte le età.

Margaret Morris’ Mermaids, 1920, From the Harris and Ewing collection, Library of Congress

Margaret Morris’ Mermaids, 1920, From the Harris and Ewing Collection, Library of Congress

Women dancing on Harlech Beach, video still from Miss Margaret Morris and her Merry Mermaids, BFI Newsreel.

Danzando le giovani donne sembrano riprendere movimenti catturati dalla fantasia di un pittore. Significativo il collegamento con il famoso quadro di Matisse.

Henry Matisse, The Dance, 1910, Hermitage, Saint Petersburg

Margaret Morris’ Mermaids, 1920 c.a., credit unknown.

Margaret Morris’ Mermaids, 1920 c.a., credit unknown

Margaret Morris’ Mermaids, 1920 c.a., From the Harris and Ewing collection, Library of congress

Per esplorare ulteriormente le coreografie e la bellezza dell’arte di Margaret, ecco alcuni link utili dove è possibile visionare filmati originali del tempo:

Per la visione del film: https://player.bfi.org.uk/free/film/watch-miss-margaret-morris-merry-mermaids-1922-online

L’artista hippie Bergamasco esponente dell’Art Brut

ECCO LA SORTE del CREATO quale FINESTRA a questo MONDO mi ha APERTO E il DESTINO MI ha PRESO in CONSEGNA nel CAMMIN di MIA VITA e per BONTÀ SUA mi TIENE ancora a BRACCETTO.  –  G.B.P.

Giovanni Battista Podestà (Torre Pallavicina 13.02.1895- Laveno 16.02.1976) nacque in una famiglia povera del panorama Lombardo.

Dodicesimo di tredici sorelle, subisce la perdita del padre prematuramente e ciò lo vede costretto ad abbandonare la scuola a dieci anni per dedicarsi al lavoro. Durante questi anni, sei delle sue sorelle muoiono di tubercolosi, lasciando la famiglia in un profondo dolore.

La situazione europea si fa difficile e, all’alba del 1914, Giovanni viene chiamato al fronte dove viene ferito e fatto prigioniero. Qui, tra paura e disaccordo per le manifestazioni violente, subisce un trauma indelebile. La sua natura pacifista emerge durante il conflitto, ma poco può di fronte ai grandi eventi del mondo.

Si trasferisce a Laveno, sul Lago Maggiore, e trova lavoro in una fabbrica di ceramiche. Nel 1922 incontra una donna, Maria Nobili, che diventa ben presto sua compagna di vita e madre delle sue due figlie.

Durante questi anni comincia ad avvicinarsi all’arte, completamente da autodidatta, come forma di espressione dei moti interiori dell’animo umano. Inizialmente si dedica alla pittura ad olio, prevalentemente di stampo religioso cattolico. In questi anni dà vita a decorazioni classiche di piatti, credenze e dipinge il divano di casa.

Cassapanca e divano, Giovanni Battista Podestà, tempera su legno, copyright dal sito ufficiale rimosso dal web.

Allo scoppio della II Guerra Mondiale, viene richiamato nell’esercito come supervisore dei trasporti ferroviari vicino a Parma.

Dal 1945 la sua visione artistica cambia. L’influenza neoclassicista che lo aveva animato in precedenza, subisce una mutazione. Alla pittura ad olio sostituisce la scultura e i bassorilievi, realizzati con colla, segatura, specchi e materiali di recupero.

Il fil rouge della sua filosofia è la perdita dei valori tradizionali in favore del consumismo.

Proprio in questi anni realizza anche degli abiti che indossa ogni giorno come manifestazione della sua realtà interiore.

Nelle lunghe passeggiate quotidiane, accompagnato da un bastone ornato con gli episodi della sua vita, intrattiene le persone che lo fermano per strada, incuriosite dai suoi look. Porta una lunga barba e capelli da hippie, una cravatta ornata che rappresenta un becchino e uno scheletro, ed un anello con una testa di morto. Il suo stile unico lo fa un ribelle che si approccia alla vita con colore e esuberanza.

Manteau, chapeau et parapluie,Giovanni Battista Podestà, sans date
vêtements et parapluie peints, 115 x 60 x 45, © crédit photographique, Collection de l’Art Brut, Lausanne

Portrait de Giovanni Battista Podestà, photo: Marischa Burckhardt, © crédit photographique, Collection de l’Art Brut, Lausanne

Il suo rapporto con la religione è talmente stretto che ogni venerdì santo scala la collina, portando sulle spalle la sua personale croce.

Giovanni Battista Podestà con la sua croce e il suo bastone.

Dal 1954, anno della pensione, si dedica completamente alla realizzazione di opere artistiche.

La vita scorre regolare, fino alla morte della moglie nel 1974, anno in cui tutto cambia.

Giovanni non si riprende dal lutto e la perdita della compagna rappresenta per lui un dolore indicibile, al punto tale che smette di creare.

Nel 1976 muore, lasciando parte delle sue opere alla famiglia, alcune a collezionisti e altre, esigue, a diverse gallerie.

Si possono trovare esposizioni dei suoi lavori alla Collection de l’Art Brut di Losanna e alla Halle de Saint-Pierre a Parigi.

Il sarcofago, Giovanni Battista Podestà, sans date
sculpture, techniques mixtes, 34 x 50 x 54 cm, © crédit photographique,
Collection de l’Art Brut, Lausanne

Il mostro, Giovanni Battista Podestà, sans date
sculpture, techniques mixtes, 80 x 66 cm,© crédit photographique, Collection de l’Art Brut, Lausanne

La sua arte convoglia un simbolismo misterioso ed affascinante, con echi di storia contadina Bergamasca, con influenze medievali, cristiane e kitsch.

Ad oggi rimane un artista minore, poco conosciuto, ma dignitosamente apprezzato nel panorama di quell’arte, definita Brut, nata in seno alla “pazzia” e alla stravaganza di chi non ha mai voluto affidarsi a scuole o accademie.

Alcuni link utili: https://christianberst.com/en/artists/giovanni-battista-podesta#artworks

Info utili: https://web.archive.org/web/20131005172838/http://www.artbrut.ch/fr/21004/1022-5/auteurs/podesta–giovanni-battista

Il sito web:

https://web.archive.org/web/20190109181832/http://www.podestagiovannibattista.it/#go_page_99

Danse de Follies! Lo spettacolo più all’avanguardia di New York

Era luglio 1915, quando, tra il caldo infernale della città e i suoi odori acidi, si dava il via allo spettacolo d’avanguardia più spinto dell’epoca.

Florenz Ziegfeld, Jr. era un prominente uomo d’affari newyorkese, l’inventore degli spettacoli d’intrattenimento “Ziegfeld Follies”, ispirati a quelli che si tenevano a Parigi, le Folies Bergère.

Inaugurati nel 1907, avevano abbracciato un nuovo modo di pensare la femminilità e il business, al punto da diventare famosissimi in tutto il paese.

Tra le ragazze che vi lavoravano come chickens”, il livello più basso, o “showgirl”, quello più alto, vi erano alcune delle più importanti stelle di quegli anni: Josephine Baker, Fanny Brice, Louise Brooks, Marion Davies, Nita Naldi, Barbara Stanwyck, Doris Eaton e moltissime altre.

Partecipare come corista agli spettacoli era l’apripista per una carriera brillante nel mondo del cinema o della musica e le giovani ragazze americane sognavano di essere tra le fila delle ballerine, alte uguali, pelle bianchissima, a muoversi all’unisono a tempo di musica.

Ziegfeld avevano notato che dopo gli spettacoli tanto acclamati, la gente se ne andava a trascorrere il resto della serata in altri night club. Così, invogliato ad aumentare i suoi profitti e a far risplendere le sue idee, decise di dare vita a un secondo spettacolo: Danse de Follies!

A termine dello spettacolo principale, bastava prendere l’ascensore e salire sul terrazzo del New Amsterdam Theatre sulla 42° strada, New York. Ad accoglierti sul rooftop garden, definito da alcuni “the meeting place of the world”, musica, danze e champagne a litri.

Lo spettacolo, che cominciava a mezzanotte, era sceneggiato nella parte in disuso del teatro, dove Ziegfeld aveva fatto istallare tavoli e sedie.

La parte più innovativa era il palco meccanizzato, in grado di ritrarsi in modo da lasciare spazio alla pista da ballo. Sopra era stata istallata una passerella trasparente, dove le ragazze potevano ballare ed essere ammirate dagli ospiti sottostanti.

Lo show, poi rinominato The Midnight Frolic, era un po’ più risqué delle Follies.

Le ballerine erano invitate a indossare della biancheria spessa, per protezione, ma questa regola veniva raramente rispettata.

Parte dello spettacolo consisteva nel scegliere la più bella tra le danzatrici e riportarlo su un’apposita scheda fornita dal locale. La vincitrice vedeva il suo stipendio per quello spettacolo raddoppiato.

Margaret Morris, Kay Laurell, and Florence Cripps on the infamous glass walkway in the Ziegfeld Midnight Frolic of 1916. (talesofamadcapheiress.blogspot.com). via Newyorkerstateofmind.com

Lo show più gettonato di tutti era quello delle “ragazze palloncino” che, passando tra i tavoli, invitavano gli uomini a scoppiare il loro palloncino con i sigari, una sorta di preludio alle famose “conigliette” che più di recente hanno popolato il panorama americano.

Ziegfeld girl Olive Thomas wearing her balloon costume on the stage of the New Amsterdam’s rooftop theatre during the original run of the Midnight Frolic. Male patrons were encouraged to use their cigars and cigarettes to pop the balloons. Photo circa 1915. (Pinterest) via Newyorkerstateofmind.com

White Studio (New York, N.Y.). [Sybil Carmen in “Ziegfeld Midnight Frolic”.] 1915. Museum of the City of New York. Gift of Henry Irving Brock, 1959. 59.271.16 ©The New York Public Library

L’avanguardia di questi spettacoli, però, era a caro prezzo. L’ingresso costava 5 dollari, che corrispondo a circa 120 dollari attuali, in aggiunta al prezzo del biglietto.

Se si voleva stare in prima fila per ammirare le ragazze da più vicino, il costo era 3 dollari (55 dollari odierni), mentre i posti in platea costavano 2,5 dollari.

La rivista teatrale divenne subito un successo, al punto tale che anche le celebrità presenziavano come ospiti fissi.

Ziegfeld, molto lungimirante, per evitare ai signori ospiti di farsi male battendo troppo spesso le mani, mise a disposizione dei martelletti ad ogni tavolo, in modo che potessero essere utilizzati al posto degli applausi.

Lo spettacolo era suddiviso in atti in cui si alternavano vari numeri comici, canori e di danza, con protagonisti del calibro di Frances White, Teddy Gerard, Eddie Cantor e molti altri. Durante la pausa, lunga 25 minuti, gli ospiti potevano cenare, danzare, bere e divertirsi in compagnia, ovviamente ad un costo elevato!

Una birra poteva costare fino a 1 dollaro, cioè quasi 25 dollari odierni e per una piccola bottiglia di champagne servivano 2,75 dollari.

Lo sfarzo era senza limiti. Gli chef dello Ziegfeld erano molto rinomati per le loro bistecche, ma per gli ospiti più esigenti e chic erano presenti scorte di caviale Beluga da poter degustare con lo champagne.

Gli abiti e le scene dello spettacolo potevano costare carissime. Si ricorda che durante la prima guerra mondiale, Ziegfeld, per non abbassare lo standard della sua opera, spese 3000 dollari per degli allestimenti in chiffon raggiungendo costi di produzione che contavano sei zeri.

Alfred Cheney Johnston (1885-1971). [Frances White in “Ziegfeld Midnight Frolic”.] 1919. Museum of the City of New York. Gift of Mrs. William R. Stephenson, 1974. 

Il club rimase aperto tutto l’anno per sei anni e nemmeno la prima guerra mondiale riuscì a impattare la produzione. Fu solamente con il proibizionismo che il sogno d’avanguardia si spense, e Ziegfeld fu costretto a malincuore a chiudere i battenti nel 1922.

Come scrisse il New York Times nei suoi anni d’oro:

“One might search the world and not find anything quite as unique or lavish as this midnight revue.”

Actress Kay Laurell standing on glass platform seen from below, from Midnight Frolic of 1915

La casa sull’albero di Brooksville

Situata su un antico albero, si staglia una bellissima Casa Vittoriana che per 30 anni ha popolato l’immaginario della città di Brooksville.

Questa meraviglia architettonica è stata costruita da James Talmage “Tokey” Walker, un veterano della seconda guerra mondiale e allevatore di bestiame.

La sua storia ha origini umili, ma come molti casi diventa motivo di grandezza. James inizialmente si occupa di vendere giornali per permettersi gli studi all’università dell’Alabama, dove intende laurearsi in legge.

Viene assunto nel più grande supermercato della zona, dove ben presto il suo duro lavoro viene riconosciuto, procurandogli una promozione a manager.

Purtroppo, la crisi bancaria della Grande Depressione coinvolge anche Walker, che vede andare in fumo i suoi sogni: tutti i suoi risparmi sono andati persi e la sua vita cambia completamente, prendendo una direzione inaspettata.

Ispirato da un cugino paterno decide di imparare a volare. Con l’aiuto economico di un amico compra il primo velivolo al costo di 600 dollari e come presidente dell’Acme Club, un gruppo simile al rotary, supervisiona la costruzione di un piccolo aeroporto nella zona di Huntsville.

Durante la Seconda Guerra Mondiale si occupa di insegnare volo presso l’University of Georgia Naval ROTC il cui programma è localizzato ad Atene. Al termine di questo periodo di lavoro, si trasferisce con la moglie Sarah a Marietta, Georgia, dove intraprende il lavoro di test pilot per il bombardiere B-29.

Nell’ottobre del 1945, la famiglia si trasferisce a Clearwater dove James dà vita alla Clearwater Flying Company, insieme a Robert J. Word, Roy A. Workman e il figlio Roy Jr.

L’obiettivo della società è quello di affittare e vendere aeroplani e fornire lezioni di volo.

Quando il governo taglia i fondi per le lezioni di volo ai veterani, i proprietari convertono la società nella Metal Industries, adibita alla produzione di schermi di alluminio.

Tokey fu un cittadino rispettato dalla comunità e dedito ad attività filantropiche che gli hanno valso numerosi premi e riconoscimenti come il Golden Flame Philantropy Award nel 2000.

Il suo nome può essere trovato sulla Wall of Honor del National Air and Space Museum a Washington D.C.

Ma facciamo un passo indietro…

Negli anni ’60 Tokey compra un terreno a Brooksville e comincia ad allevare bestiame. Solo negli anni ’80 comincia a costruire l’imponente Victorian House al 17346 Powell Road, Brooksville, Florida.

La dimora, pensata per servire ai nipoti, era provvista di camere da letto, cucina, bagno e tutte le comodità di una casa su terra ed era dipinta di un baby blue che ricorda molto le case delle bambole ottocentesche.

La casa, Abandoned in Florida.com

La casa, Abandoned in Florida.com

La casa, Abandoned in Florida.com

La casa, Abandoned in Florida.com

La casa, Abandoned in Florida.com

La casa, Abandoned in Florida.com

Dopo la sua morte, la proprietà cade in stato di abbandono, anche se rimane formalmente di proprietà della J. T. Walker Industries.

Per oltre 30 anni rimase in piedi, silenziosa ed abbandonata, come una dimora costruita dalle fate nel mezzo della foresta. Nel corso dei decenni la casa subì diversi atti vandalici, fino a diventare un luogo adibito alle colture di Marijuana.

Ad ottobre 2015 la casa, ormai irrecuperabile, viene rasa al suolo, probabilmente dai costruttori.

Photo taken in May 1991 at the Brooksville Treehouse. Photo Courtesy of Deborah Crevier

Di lei rimane solo il ricordo sbiadito presente in qualche fotografia del tempo.

Link utili: abandonedfl.com/brooksville-victorian-treehouse/

Link alle fotografie: https://www.flickr.com/photos/sfldp/8047689947/in/photostream/

Ithell Colquhoun, l’artista tra surrealismo ed occultismo.

Margaret Ithell Colquhoun (Shillong 9.10.1906- Cornovaglia 11.4.1988) nasce da funzionari britannici in Bengala, nell’India Britannica.

In tenera età si trasferisce con i genitori in Inghilterra dove entra nel Chentenham Ladies College e successivamente, nel 1927, alla Slade School of Art di Londra.

Si appassiona di occultismo a 17 anni grazie alla lettura di “Abbey of Thelema” di Aleister Crowley e da questo momento alimenta una ricerca interiore fatta di pratiche esoteriche volte alla conoscenza e alla celebrazione del Femminile Sacro.

Nel 1929 vince lo Slade’s Summer Composition Prize per il suo “Judith Showing the Head of Holofernes” che viene successivamente esposto alla Royal Academy di Londra, un passaggio fondamentale per la sua carriera artistica. In questo periodo Ithell produce molte opere di stampo biblico, con eroine femminili forti e potenti che alcuni credono essere una celebrazione di Artemisia Gentileschi.

Attratta da tutti i tipi di arte, comincia a scrivere, un’abilità che porta avanti parallelamente alla pittura e al disegno, e pubblica il suo primo articolo, “The Prose of Alchemy”, per la Quest Society, nel 1931 .

“Judith Showing the Head of Holofernes”, Ithell Colquhoun, oil on canvas, 1929.

Una tappa essenziale della sua evoluzione pittorica è il suo peregrinaggio in Europa, dove tocca le sponde di Grecia, Corsica, Tenerife e Francia. In questi territori marittimi e opposti all’uggiosa Inghilterra si esercita nella rappresentazione ad acquarello, documentando fedelmente i suoi viaggi e la realtà attorno a sè. La componente umana è totalmente assente nelle sue opere, ma percettibile. I disegni e gli acquarelli, 91 in totale, sono finestre aperte sugli istanti della vita, sulle tracce dell’uomo e dei suoi gesti passati: un letto disfatto, vestiti dismessi, cancelli ed interni popolano il panorama delle sue tele. Ed è proprio con questa produzione che Ithell sfonda con la sua prima mostra alla Cheltenham Art Gallery nel 1936.

“Bed II-Greece”, Ithell Colquhoun, Watercolor and pencil, 1933.

“Gateway”, Ithell Colquhoun, Watercolour and crayon on two sheets of joined paper, 1937.

Ma è a Parigi che la sua strada prende una svolta importante: introdotta al mondo surrealista dei circoli artistici parigini, Ithell si appassiona di questo filone artistico tanto da farlo proprio per tutta la sua vita. Incontra André Breton e Dalì che diventa l’artista che più di tutti riesce a scuoterla e ispirarla.

Nel ’36 partecipa alla International Surrealist Exhibition e qui assiste alla celebre lezione di Dalì in cui, presentatosi vestito con una tuta da immersione, rischia di soffocare. L’esposizione la motiva ulteriormente e comincia a far maturare dentro di lei la consapevolezza che la porta a rielaborare la sua arte da realismo a surrealismo.

I soggetti che dipinge sono piante e fiori, simbolo di fertilità, creatività e sessualità, dove applica strenuamente e con precisione le tecniche apprese.

Innamorata dell’idea surrealista, si unisce al British Surrealist Group nel ’39 e, sempre nello stesso anno, espone con Roland Penrose 14 dipinti a olio e due oggetti alla Mayor Gallery.

Il gruppo surrealista, però, impone l’esclusività e l’artista non può partecipare a nessun altro gruppo, indipendentemente dalla sua natura. Questo limita Ithell che si considera libera e a causa della sua partecipazione ad altri gruppi di stampo occultista, viene espulsa solo un anno dopo.

“Birds of Paradise Flowers”, Ithell Colquhoun, oil on board, c.1936.

“Flowers in a Greenhouse”, Ithell Colquhoun, oil on cavas, 1934.

Ithell non demorde e continua per la sua strada praticando l’arte surrealista a suo modo, sia con le tecniche apprese dai maestri, sia con altre inventate da lei.

Colquhoun infatti utilizza diversi metodi: la decalcomania nell’opera “Gorgone” del 1946; il superautomatismo nell’opera “Curving Forms in skein shapes” del 1948; la stillomanzia nell’opera “Horus” del 1957; il parsemage nell’opera “Sea Mother” del 1950; la grafomania entottica nell’opera “Torn Veil” del 1947 e molte altre.

“Gorgone”, Ithell Colquhoun, oil on board, 1946

“Curving forms in skein shapes”, Ithell Colquhoun, ink, c.1948.

“Horus”, Ithell Colquhoun, ink and wash, c.1957.

“Torn Veil”, Ithell Colquhoun, ink drawing, 1947.

Nel 1943 sposa Toni del Renzo, artista e critico d’arte, che inizialmente aveva recensito una sua mostra. Il matrimonio dura solo quattro anni e si conclude con un aspro divorzio.

Parallelamente all’attività pittorica si dedica alla poesia e alla prosa, che ritiene forme di espressione altrettanto surrealiste.

Durante gli anni ’50 abbandona la pittura. Di questo periodo si contano anni senza una singola produzione.

Nel 1955 pubblica “The Crying of the Wind”, un diario di viaggio; nel 1973 il “Grimore of the entangled Thicket” una raccolta di poesie e disegni ispirato a favole Gallesi pre cristiane, nel 1983 “Osmazone”, un’antologia di prosa e poesia.

Nel 1957 si trasferisce a Paul, in Cornovaglia, dove trascorre i restanti anni della sua vita.

Negli ultimi anni ritorna alle rappresentazioni naturali che continuano a ricalcare il suo mondo interiore. Le tecniche sono le stesse imparate negli anni della gioventù, in particolare la decalcomania, mentre la componente sessuale che contraddistingueva i suoi primi lavori, qui risulta diminuita o totalmente assente. Le composizioni sono semplici ed immediate, come in “A Rose is a Rose is a Rose” del 1980. Anche la tecnica del collage diventa predominante nei suoi lavori. Ne sono un esempio “Cornish Landscape” del 1971 e “Bird of Passage” del 1963.

“A Rose is a Rose is a Rose”, Ithell Colquhoun, Acrylic on board, 1980.

“Birds of Passage”, Ithell Colquhoun, Collage, 1963.

Alla sua morte lascia i diritti delle sue opere all’associazione The Samaritans, il suo lavoro sull’occulto alla Tate e le restanti opere al National Trust.

Nel 2019 Tate compra la partecipazione delle opere del National Trust.

Ithell fu un’artista autodidatta, come disse lei:

“I am teaching myself to carve and to write. Sometimes I copy nature, sometimes imagination: they are equally useful.” 1

Le sue opere nascono nei temi classici del surrealismo: il subconscio, i sogni, la psicanalisi tanto cara agli esponenti di questo movimento, ma si incarnano profondamente in temi come il genere e la sessualità, il Divino Femminile, l’ordine del cosmo, la transizione e la trasformazione così come l’influenza orientale.

Troviamo però anche temi politici come in “Tepid Waters” per la guerra civile spagnola.

Ithell è rimasta per tutta la vita legata al surrealismo e alle sue tradizioni rappresentative. L’occultismo, una parte fondamentale della sua vita, si è articolato perfettamente nelle sue opere dove ha realizzato opere fortemente simboliche e ricche di significato.

È possibile vedere le sue opere nella mostra “Ithell Colquhoun: Between Worlds”, Tate, fino al 5 maggio 2025.

  1. Colquhoun, I. “What do I need to paint a picture?” London Bulletin, No. 17, 15th June 1939. p13 ↩︎

Il Getty Museum e quello che rischiamo di perdere

In questi giorni tutto il mondo ha assistito ai terribili fatti della zona di Los Angeles. Tra fotografie di fiamme, distruzione e inferno, un sole nella penombra fumosa rimane rosso come un monito. Il surriscaldamento globale non è una novità, eppure moltissime persone credono ancora che non sia un fatto.

Tra case distrutte, persone che hanno perso ogni cosa, ogni ricordo o la loro stessa vita, sembra impossibile-e infinitamente superficiale- ricordarsi dei luoghi storici, dei custodi dell’arte.

Sullo sfondo di questa devastazione c’è un edificio che racchiude decenni di storia dell’umanità e opere che vanno ben oltre il genio artistico.

J. Paul Getty (15.12.1892-6.6.1976) fu un imprenditore, collezionista e filantropo statunitense. Padrone della Getty Oil Company, nacque in una famiglia facoltosa, da un padre a sua volta protagonista dell’industria del petrolio. I suoi pozzi erano sparsi per tutto il mondo: passando per Texas, Canada, Arabia Saudita fino ad arrivare in Italia dove aveva possedimenti a Gaeta, Ravenna e Milazzo.

Proprietario della villa Odescalchi a Palo Laziale (oggi rinomato hotel di lusso “La posta Vecchia”) fu rapito dalla bellezza e dalla storia del bel paese, tanto da rubarne l’architettura per un suo progetto personale: La villa Getty.

Getty vedeva l’arte come una forma di civilizzazione della società e ne era profondamente affascinato. Decise perciò di creare un’istituzione finalizzata alla ricerca, alla mostra, alla conversazione, alla pubblicazione e all’educazione dei suoi connazionali di quelle che sono alcune delle opere più belle mai realizzate nella storia dell’uomo.

Nel 1953 diede vita al J.Paul Getty Museum Trust e l’anno successivo convertì la sua proprietà a Palisades in un museo. Nel 1968, memore delle antiche ville romane di cui si era innamorato in Italia, decise di allargare il suo ranch come una “Roman Villa” ad immagine della Villa dei Papiri di Ercolano. Solo 6 anni dopo aprì al pubblico.

Getty incontra la morte nel 1976, all’età di 83 anni, lasciando un patrimonio stimato di oltre 700 milioni al fondo, con l’onorevole obiettivo di: “Diffusion of Artistic and General knowledge”.

Nel 1984 venne stabilita la fondazione del museo che grazie all’eredità è diventato il più ricco al mondo (oltre 1,2 miliardi di dollari).

Alla fine degli anni ’80 il museo si espanse su una superficie di 110 acri sulle montagne di santa Monica e prese il nome di Getty Center. L’architetto designato per la mastodontica costruzione fu Richard Meier.

Finalmente il 16 dicembre del ’97, dopo anni di duro lavoro e modifiche, il secondo museo aprì le porte al pubblico.

La villa Getty, Palisades, LA

Ad oggi il museo contiene dipinti, disegni, sculture Romane, Greche ed Etrusche, codici e miniature, arti decorative Europee e fotografie Europee, Asiatiche e Americane.

Al suo interno, ad eccezione delle fotografie, non sono contenute opere d’arte moderna.

Numerose sono però le controversie che circondano l’attività del museo.

Nel 1983 vennero acquistati 144 manoscritti medioevali con miniature dal Ludwig Collection di Aquisgrana che si trovava in serie problematiche economiche; Un’indagine ha riguardato Marion True, curatrice del museo, per l’acquisto sospetto di una corona funeraria Macedone risalente a oltre 2500 anni fa e restituita alle autorità greche nel 2006; una causa con l’Italia per la restituzione di 52 opere trafugate tra cui L’atleta di Fano, conclusasi con un accordo di restituzione di 40 opere.

Il caso più controverso rimane però l’acquisto di un Kouros nel 1984 per 32 miliardi di lire, dichiarato un falso dallo storico Federico Zeri che è stato costretto a non mettere più piede sul suolo Americano.

Anche la figura dell’imprenditore rimane controversa.

Il nipote del noto magnate fu infatti rapito dall’ Ndrangheta e venne richiesto un riscatto di 2 milioni di lire che il vecchio si rifiutò di pagare. Solamente quando gli venne recapitato un orecchio mozzato decise di cedere.

Sembra finita qua, ma non è così. L’uomo chiese indietro l’intera somma al nipote, quasi fosse una sua responsabilità, e vi aggiunse un interesse del 4%.

Nonostante ciò il museo rimane un punto di riferimento della cultura antica su suolo americano e conta ogni anno migliaia di visitatori che differentemente non potrebbero ammirare le famose opere contenute al suo interno.
Ad oggi le opere sono diverse migliaia e tra esse troviamo capolavori come gli “Iris” di Van Gogh (1889), l’Atleta di Fano, il “Velo della Veronica” di Correggio (1521), “Sant’Andrea” di Masaccio (1426), “Venere e Adone” di Tiziano (1555-1560) e l'”Adorazione dei Magi” di Mantegna (1497-1500) e moltissimi altri.

Risulta di vitale importanza perciò, in questo periodo storico delicato in cui gli animi sono confusi e sembra non esserci una prospettiva equilibrata per il futuro, fare un passo indietro, ritornare ad apprezzare la bellezza che ci è stata data e che noi stessi abbiamo creato.

Per ammirarla. Per prendercene cura. E se non altro… per non perderla.

“Venere e Adone”, Tiziano, 1555-1560 ca.
“Iris”, Van Gogh, 1889
The rue Mosnier with Flags, Manet, 1878

Spring, Manet, 1881

Arii Matamoe (the Royal End), Gauguin, 1892

La promenade, Renoir, 1870

Il rapimento di Europa, Rembrandt, 1632

 The Grand Canal in Venice from Palazzo Flangini to Campo San Marcuola, Canaletto, 1738 ca.

Sunrise, Monet, 1873

Donne d’arte: Alessandra Izzo si racconta

Alessandra Izzo, By Francesco Escalar, Los Angeles

Correva l’anno 1982 quando allo Stadio San Paolo di Napoli, tra facce sudate e sguardi sognanti, si esibisce il più grande compositore moderno del ‘900: Frank Zappa.

Tra la folla urlante c’è una giovane donna, appassionata di musica e del baffo più famoso del mondo.

Alessandra Izzo nasce a Napoli e vive a Roma. Ho modo di incontrarla soltanto in videochiamata o al telefono, ma non ci impedisce di scoprire che abbiamo qualcosa in comune. 

È una donna forte Alessandra, un’artista. Della sua poliedricità ha fatto un mestiere e della sua passione la sua vita. 

Ci chiamiamo un venerdì mattina sotto una Milano uggiosa. La sento all’altro capo del telefono: un’esplosione di positività e gioia. Alessandra è così, un vulcano.

Mi racconta della sua vita e della sua passione per la musica, nata in seno alla famiglia. Già dall’infanzia si innamora di quest’arte. “Mia madre cantava” mi dice, “faceva concorsi.” Mi sembra naturale che il suo percorso abbia intrecciato legami e conoscenze con i grandi, anche se è stata la sua determinazione a portarla lontano.

Parliamo di Frank e della musica eclettica che ha creato, di come tutto è cominciato. Al tempo c’erano ancora i vinili con le loro sfolgoranti e magnifiche copertine. Si frequentavano i ragazzi più grandi che portavano i dischi, si ascoltava musica insieme. “Amavo gli Hippie” ricorda, e in quel periodo, gli anni ’70, rappresentavano l’estetica per eccellenza. Un amore nato prima su carta e poi riversatosi nella sua musica considerata da molti come un’innovazione, un’ode del grande guru.

Le chiedo quale sia il suo ricordo più bello con lui. Mi dice che è Viareggio, due anni dopo il loro primo incontro.

“Ha puntato il dito e ha detto “Eccoti, sei tu!”.”

Al tempo è poco più che maggiorenne, ma ricorda ancora l’intensità di quel momento, seguito da altri. Non parla di amore quando si riferisce a lui, ma di un’intensa connessione. A Frank piaceva molto l’Italia e amava le sue origini italiane. Insieme ridevano e avevano trovato dei punti in comune. 

Alessandra con l’allora fidanzato, Il principe Dado Ruspoli, al party di Rocco Barocco, Capri 1989.

Alessandra non è una groupie, ma una donna libera piena di dignità.

Ciononostante mi ritrovo a chiederle di loro, del loro mondo e di come erano viste. Mi dice che è un termine ormai considerato dispregiativo e di come al tempo la parola era odiata. Le vere groupie erano quelle a cavallo degli anni ’60-’70, ben prima della sua entrata nel mondo della musica. Molte donne hanno cavalcato l’onda del termine per potersi fare pubblicità, soprattutto all’estero. Per Alessandra si tratta di qualcosa di diverso, più profondo: dell’amore per la musica e per una band e della sua naturale evoluzione per il cantante. Questo amore si percepisce da come ne parla, dal modo in cui si accende al ricordo del passato. “Siamo donne che amano la musica, non c’è età, religione o colore della pelle.” 

Alessandra non è solo un’appassionata di musica. Giornalista, Corrispondente estera, Autrice teatrale, ha lavorato anche in Radio.

Ha fatto molto in un ambiente tosto, si è scontrata con il sessismo di quegli anni e con le sue limitazioni, ma ne è uscita vincitrice. Parla della luce nuova che risplende con il movimento del girl-power. Parla anche del suo libro, She Rocks!- giornaliste musicali raccontano (Volo Libero). “è dedicato in parte alle donne” e dà voce alle donne nel mondo della musica.

Alessandra, fotografie per la prima del libro su Frank Zappa

Le chiedo se pensa che il femminismo di oggi sia cambiato, si sia un po’ perso insieme alle libertà di un tempo. 

Ripercorre il periodo che ha vissuto con la forza di una leonessa. “Eravamo le ragazze del topless” esordisce, “Sembra di essere tornati indietro di mille anni, una come me si sentiva libera nella mia generazione” sottolinea. Chiacchieriamo ancora di limitazioni, di perbenismo, di politically correct e delle sue implicazioni. “C’era una grande libertà” incalza “che è durata negli anni ’80. Le cose sono cambiate negli ultimi 15 anni, noi facevamo militanza. Io sono felice di aver fatto quelle battaglie che mi hanno dato la libertà. Importa che noi donne siamo libere di fare quello che vogliamo.”

Mi ritrovo appassionata dalle sue parole, smuovono in me un sentimento di appartenenza. È un dono, mi sento capita dal suo flusso di pensiero e dal suo modo di vedere il mondo.

Mi parla del cinema, che ama profondamente, e della scrittura. Mi parla delle donne che ha amato nella sua vita: Monica Vitti, Valeria Golino, Jane Fonda, Julia Roberts e molte altre.

Ha passato vent’anni a scrivere di cinema nell’ufficio stampa di due importanti aziende del settore. Per lei era divertente lavorare, l’appassionava. Ama incontrare le persone, intervistarle ed avere un rapporto con loro. Il suo calore umano si sente anche a kilometri di distanza. 

Ha vissuto negli Stati Uniti, a Los Angeles, NY, Memphis, Nashville, Miami e mantiene un rapporto profondo con la California, la sua “chosen family”.

Stare al telefono con Alessandra porta una ventata di aria fresca. È spensierata, combattiva eppure estremamente radicata. Le sue storie sono coinvolgenti, ti rapiscono. La sua vita sembra un sogno ad occhi aperti, fatto di mille possibilità. Le chiedo se ci sono progetti futuri all’orizzonte, nell’ambito della scrittura o nell’ambito teatrale.

C’è un nuovo libro che ha in mente di scrivere su un personaggio che non è ancora riuscita a incontrare, ma specifica che ci tiene a vivere il rapporto con mano prima di parlarne. 

Prima di lasciarci discutiamo ancora un po’ della vita, dei sogni, delle ambizioni e dei cambiamenti. Parliamo di forza e di motivazione.

“La devi trovare, vai oltre, respira, non staccare mai la tua curiosità.”

Alessandra, fotografia scattata per un magazine Americano, 1989.

Instagram di Alessandra Izzo: https://www.instagram.com/alexizzo1/

Link per acquistare libro: https://www.amazon.it/She-rocks-Giornaliste-musicali-raccontano/dp/8832085135

Link per acquistare libro: https://www.amazon.it/Frank-resto-mondo-Alessandra-Izzo/dp/8897508812

L’artista tra genio e pazzia

Tra tutti gli artisti del ‘900 uno in particolare conquistò l’interesse di André Breton che arrivò a studiarne la personalità e la produzione.

Adolf Wölfli (Bowli 29.02.1864- Berna 06.11.1930) fu l’esempio vivente del rapporto viscerale tra genio e follia.

General View of the Island Neveranger, Adolf Wölfli, 1911

Nato in una famiglia contadina povera, ultimo di sette fratelli, sin dall’infanzia incontra terribili difficoltà. Il padre, alcolizzato, finisce in prigione e abbandona la famiglia quando Adolf ha soli 6 anni. La madre, lavandaia, non può permettersi di mantenere sette figli così, nel 1873, il piccolo Adolf viene venduto come bracciante.

Alla morte della madre, insorta l’anno dopo, Adolf viene affidato a diverse famiglie che spesso lo maltrattano e abusano di lui.

Responsabile di diversi tentativi di stupro (alcuni ai danni di bambine di 3 e 5 anni) finisce nel manicomio Waldau nel 1895.

Qui la diagnosi di schizofrenia sembra chiarire la condizione dell’uomo che spesso è fortemente agitato, violento e sente le voci.

Nei 35 anni trascorsi all’interno della struttura, passa la totalità del tempo a disegnare e realizzare una biografia monumentale di oltre 25mila pagine.

Il disegno, incoraggiato anche dai terapeuti e dallo psichiatra responsabile, Walter Morgenthaler, sembra calmarlo e dargli un obiettivo di vita che prende seriamente a cuore e che persegue facendosi mettere spesso in isolamento per avere la concentrazione adatta a immergersi nel suo personalissimo mondo.

Irren Anstalt Brand Hain, Adolf Wölfli, 1910

Adolf prende spunto da ogni cosa: riviste, atlanti, cartoline, libri… reinventa la sua vita, il suo passato e il suo futuro nell’ottica, un po’ infantile, di un mondo altro, immaginario, in cui lui stesso è il protagonista unico e assoluto.

Crea parole, immagini, disegni, collage, spartiti musicali che diligentemente assembla nella sua biografia chiamata “Leggenda di Sant’Adolfo”.

Inizialmente scrive con lo pseudonimo di Doufi, nomignolo di quando era bambino, successivamente adotta il nome d’arte di St. Adolf II, protagonista di una battaglia cosmica creata dalla sua mente geniale.

London North, Adolf Wölfli, 1910

Adolf viene studiato per tutta la sua vita. Il dottor Morgenthaler ne scrive una biografia nel 1921, attribuendo al paziente un’abilità artistica innata, forse germogliata proprio in seno alla malattia, mentre Freud ne rimane affascinato.

Wölfi era incolto anche se alcune fonti riferiscono che avesse avuto un umile approccio scolastico finendo i primi anni di scuola. Sicuramente inesperto d’arte, divenne nel corso dei decenni uno dei principali esponenti dell’Art Brut, avvicinandosi alle neoavanguardie del ‘900.

Holy St. Adolf Tower, Adolf Wölfli, 1919

La sua opera è caratterizzata da un estremo ornamento, spesso incorniciato, in cui ritrae con diverse tecniche la realtà. La ripetizione è la chiave del suo lavoro e si mostra meticolosa anche se a tratti infantile, mancando un vero e proprio apporto prospettico alle opere. Dettagli, ghirigori e simboli sono fortemente presenti nell’opera di Wölfi e contribuiscono a creare il mondo immaginario dello stesso artista.

Pioniere rispetto ai tempi in cui viveva, Adolf utilizza la fotografia della lattina di zuppa di pomodoro Campbell nel 1929, Andy Warhol farà lo stesso solo trent’anni dopo.

Campbell’s Tomato Soup, Adolf Wölfli, 1929

Alla sua morte, avvenuta a causa di un tumore allo stomaco, Wölfi viene dimenticato.

Riscoperto da Jean Dubuffet nel 1945, ritorna in auge e viene esposto nel 1972.

Di lui ci rimangono 1300 disegni, quaderni scritti in parole e musica e 25mila pagine di biografia (i cui quaderni raggiungono l’altezza di oltre due metri!).

La sua storia, intrecciata con le vicende personali difficili, violente e illegali, sembra sottolineare uno stretto rapporto tra l’atto creativo e le facoltà mentali.

In quest’ottica Adolf Wölfi rappresenta in tutto e per tutto l’epiteto del genio folle, della visione creativa che nasce e si nutre della pazzia e dei disturbi mentali e che tuttavia rimane una caratteristica innata propria dell’individuo che ancora ci meraviglia e ci stupisce, nascosta nell’intricato mistero della mente umana.

La sua arte è esposta al museo des Beaux-Arts di Berna. Qui il link: https://www.adolfwoelfli.ch

Isadora Duncan: la sacerdotessa della danza moderna

If we seek the real source of the dance, if we go to nature, we find the dance of the future is the dance of the past, the dance of Eternity, and has been and always will be the same.

The movement of waves, of winds, of the Earth is ever the same lasting Harmony”

The Art of Dance, p. 54

Duncan Isadora, portrait photograph, Genthe Arnold between 1916-1918. Genthe photograph collection, Library of Congress, Prints and Photographs Division.

Isadora Duncan nasce a San Francisco il 27 maggio 1877. Ultima di quattro figli, cresce in un contesto fortemente artistico voluto dalla mamma Irlandese e dal padre Scozzese che li abbandona quando Isadora ha un paio di anni.

Il padre, un banchiere, era amante della cultura Greca e aveva scritto un poema intitolato “Intaglio: Lines on Beautiful Greek Antique” che Isadora prende a cuore e da cui inizia a conoscere la cultura Greca che diventerà il perno fondante tutta la sua filosofia di vita.

Nel 1899, poco più che ventenne, arriva a Londra con la famiglia. Qui passa le sue giornate al British Museum per i primi quattro mesi di soggiorno. L’appuntamento quotidiano serviva ad alimentare la sua curiosità e la sua ispirazione, nonché la sua mente colta e raffinata per la storia.

Trasferitasi a Parigi qualche anno dopo, si immerge nelle sale del Louvre, dove scopre inestimabili tesori Greci che diventano la salda e principale ispirazione per i suoi movimenti, poi fotografati dal fratello Raymond.

Isadora Duncan, Unknown.

Fondatrice di un movimento artistico a tutti gli effetti, tiene le prime esibizioni in terra natia, dove ottiene scarso successo. In Europa, al contrario, viene apprezzata come una visionaria della danza e portavoce di uno stilema innovativo e unico.

Isadora Duncan dancing, Genthe Arnold, between 1916-1942 from a negative taken between 1916-1918.  Genthe photograph collection, Library of Congress, Prints and Photographs Division.

Il suo messaggio voleva essere controcorrente rispetto al rigore accademico che vigeva in quegli anni nel mondo del balletto, contornato da costumi stretti e scarpette da punta.

Isadora utilizza abiti semplici e leggeri, molto simili ai pepli greci e danza a piedi nudi, con i capelli sciolti, un’assoluta novità nel panorama di quegli anni.

Il suo metodo è basato sulla creazione di Danze Libere: improvvisazioni emotive suscitate dalla musica di artisti quali Chopin, Beethoven e Gluck.

Fondamentale il sentimento alla base del movimento e la forza della musica.

Le sue idee nascono in seno alla tradizione antica Greca, per cui lei ha sviluppato con gli anni una totale ossessione.

“To bring to life again, the ancient ideal! I do not mean to say, copy it, imitate it; but to breathe its life, to recreate it in one’s self, with personal inspiration: to start from its beauty and then go toward the future”

The Art of Dance, p.96

Isadora Duncan Dancer, Genthe Arnold, between 1915-1923. Genthe photograph collection, Library of Congress, Prints and Photographs Division.

Nel 1903 tiene un convegno a Berlino, il tema è la danza del futuro e da molti sarà visto come il Manifesto della Danza Moderna.

Nel 1904 fa una tournée a San Pietroburgo, dove influenza fortemente la compagnia dei Balletti Russi.

Fonda diverse scuole in Europa e in Russia, dove porta avanti il suo metodo basato sulla ricerca del movimento libero e naturale.

Isadora Duncan dancer, Genthe Arnold, between 1916-1918. Genthe photograph collection, Library of Congress, Prints and Photographs Division.

Isadora è anche pioniera di una nuova visione della donna. Staccatesi dai corpetti stretti a seguito della prima guerra mondiale, le donne volevano dare spazio alla propria fisicità senza costrizioni di genere. Isadora diviene un punto di riferimento per la rivoluzione di costume di quegli anni e la sua libertà spaziò molto anche nell’ambito del matrimonio, fino ad allora considerato sacro e imperituro.

Isadora infatti si sposa tre volte. Dalla prima relazione con Edward Gordon Graig nasce la figlia Deirdre. Dal secondo matrimonio con Paris Eugene Singer, il fondatore dell’omonima azienda di macchine da cucire, nasce il figlio Patrick.

Nel 1913 però la tragedia la colpisce in maniera dura e inaspettata.

Durante una passeggiata in auto sulla Senna, l’auto che trasportava i figlioletti e la governante si guastò. Il conducente scese per cercare di avviare il motore a manovella, ma dimenticò di inserire il freno a mano e l’auto scivolò nel fiume.

L’anno dopo, da una breve relazione con un Italiano, dà alla luce un terzo figlio, che muore poco dopo il parto.

Presa dalla disperazione per il lutto, Isadora si dà all’alcol e smette di praticare come un tempo.

Gli amici fanno da scudo attorno a lei e se ne prendono cura. In particolare Eleonora Duse, che la ospita a Viareggio per diversi mesi.

Successivamente si sposa una terza volta con il Russo Sergey Esenin, di diciotto anni più giovane, che non parlava una singola parola di inglese. Isadora sapeva poche parole di russo e il matrimonio dura solo 15 mesi a causa del carattere turbolento del compagno, dedito alle scenate a causa dell’abuso di alcol. Esenin la lascia e due anni dopo si suicida.

Con fatica Duncan riprende la forza di danzare e di occuparsi delle sue allieve, chiamate le “Isadorables”, e della sua attività.

La nuova tournée americana è un nuovo fiasco e le vengono mosse pesanti critiche sul suo aspetto fisico, compromesso dall’abuso di alcol e dalla depressione.

Trascorre gli ultimi due anni della sua vita tra Nizza e Parigi.

Il 14 Settembre 1927, Benoit Falchetto, un amico e amante di Isadora, passa a prenderla con la sua Bugatti Type 35 ad un ristorante sulla Promenade Anglais a Nizza.

Isadora indossa una lunga sciarpa a frange che lascia volare libera al vento.

Prima che la macchina parta, saluta gli amici, alcuni dicono con la frase ” Adieu, mes Amis. Je vais à la glorie!”, altri dicono con “Je vais à l’amour!”.

Subito dopo accade l’inverosimile: la sciarpa si impiglia nei raggi della ruota dell’auto, spezzandole l’osso del collo di netto.

La fine tragica di Isadora afflisse tutto il panorama artistico di quegli anni, compresa Gertrude Stein.

Rimane tutt’oggi una delle più grandi artiste del panorama del balletto, una mente vivace, introspettiva, pronta al contatto con la natura e al contatto con il proprio sè. Pioniera di una rivoluzione del movimento che continuerà per tutto il novecento, riportò in auge l’antichità classica conferendole un valore inestimabile.

“The true dance is expression of serenity. it is controlled by the profound rhythm of inner emotion. emotion does not reach the moment of frenzy out of a spurt of action. it broods first, it sleeps like the life in the seed, and it unfolds with a gentle slowness.

The Greek understood the continuing beauty of a movement that mounted, that spread, that ended with a promise of rebirth.

The Dance- it is the rhythm of all that dies in order to live again; it is the eternal rising of the sun.”

The Art of Dance, p.99