Nella Parigi della Beat Generation

Al 9 rue git le coeur, nel quartiere latino di Parigi, famoso per la sua movida, sorge un hotel quattro stelle chiamato Relais hotel du Vieux Paris.

La struttura portante, oggi rinomata come boutique hotel, un tempo ospitava un luogo magico e fiorente: il Beat hotel.

Popolare meta di artisti e scrittori, tra gli anni ’50 e ’60, vide nei suoi corridoi e nelle sue stanze la creazione di opere- Basti pensare a “Kaddish” o a “Naked Lunch” -che rimangono ancora oggi il cardine della Beat Generation.

L’hotel disponeva di 42 stanze e minimi standard di igiene, cosa che oggi verrebbe considerata inammissibile. Il prezzo era modesto, 50 centesimi a notte, con acqua calda solo il giovedì, il venerdì e il sabato, e una singola vasca da bagno per potersi lavare nel seminterrato, da prenotarsi con largo anticipo.

I proprietari, i Rachou, erano ospitali e abbastanza di manica larga per quanto riguarda le regole. Si poteva far uso di droga e fumare hascisc, l’odore veniva perdonato dalla polizia tramite succulenti sandwich che la padrona di casa preparava costantemente.

Madame

Qui la creatività doveva poter fluire incessantemente. Tra cene preparate da Madame Rachou e discorsi al bar, l’arte veniva costantemente alimentata dalla comunità presente in maniera vivace e allegra.

Madame con diversi artisti

Il nome venne dato da uno degli illustri personaggi che bazzicavano al suo interno. Gregory Corso fu infatti colui che lo rese la meta preferita degli artisti Americani (e non) che stavano vivendo il loro intenso momento parigino alla ricerca di una più profonda connessione con la loro anima.

Tra essi vi erano Ginsberg, Orlovsky, Burroughs, Gysin, Norse e altri.

William Burroughs nella sua stanza

Ginsberg e Orlovsky,1957

Gregory Corso nella sua stanza fotografato da Ginsberg

Una pratica tipica per coloro che non riuscivano a permettersi di pagare l’affitto delle stanze era quella di dedicare poesie, tele, scritti di vario genere alla proprietaria.

Lei stessa, memore di un’esperienza lavorativa in un locale frequentato da Picasso, decise di concedere agli artisti la possibilità di arredare e dipingere le proprie stanze a loro piacimento. L’hotel divenne quindi un luogo eclettico e alternativo, punto cardine della vita beat parigina, luogo di ritrovo fondamentale per la visione alternativa che questo movimento portava avanti.

Come disse Verta Kali Smart sulla rivista “Left Bank this month”, il beat hotel pareva un luogo lasciato al caso, ma la clientela era selezionatissima. Per entrare bisognava avere l’aspetto di un artista, con una tela sottobraccio, o dire le cose giuste e avere le giuste conoscenze. Chiunque avesse qualcosa di importante da dire e fosse una personalità nel suo ambito era ammesso.

Fotografia di Harold Chapman

L’avventura beat durò fino al 1963, quando ormai madame, rimasta vedova da 5 anni, non potè più gestire l’hotel e la sua vita alternativa. L’ultimo ad andarsene fu Harold Chapman, che aveva documentato nel corso del tempo la presenza di vari artisti.

Harold Champman, self-portrait.

La struttura venne venduta, ma ancora oggi rimane un luogo centrale della cultura parigina e americana.

Molti artisti rimasero con l’amaro in bocca per la decisione della vendita e continuarono a guardare con un pizzico di malinconia agli anni passati nel cuore Parigino.

Nel 1997 Burroughs scrisse in uno dei suoi diari:

“Can I bring it back, the magic and danger of those years in 9 rue Git-Le-Coeur and London and Tangier—the magic—photographs and films.

Oggi rimane un’insegna, unico elemento che ricorda il passato glorioso di quel posto. Negli anni si sono susseguiti cambiamenti e vicende che ne hanno alterato profondamente l’aspetto, ma non l’essenza originaria che permane, se non altro, nel ricordo della sua storica grandezza.

L’isola dei sogni: dove cielo e mare si uniscono

Nel 1957 la rivista Sport Illustrated chiese a Toni Frissell un servizio fotografico su Nantucket. Dal suo lavoro emerge un passato fatto di sport, sole, mare e bella vita.

Nantucket è un’isola sulle coste del Massachusetts, 25 miglia a sud di Cape Cod, mangiata dall’oceano Atlantico e dai suoi venti, corrosa dal sale e immersa nel profumo di salsedine.

Il suo nome, di origine indiana, significa “isola lontana”.

Lo stesso Ralph Waldo Emerson disse che Nantucket trasmetteva la sensazione che ogni cosa bella immaginabile potesse ancora succedere e in parte è così.

Spesso paragonata a Martha’s Vineyard, sua vicina a ovest, risulta essere la meta di diverse personalità nel corso dei decenni, prevalentemente artisti di vario calibro e scrittori in cerca di un porto sicuro in cui rilassarsi e magari affrontare il temibile blocco.

I suoi colori particolari, le sue fioriture e i suoi alberi, nonchè le sue spiagge sconfinate, hanno attratto l’occhio attento di molti interessati anche al suo stile di vita peculiare.

Non bisogna però pensarla solo come un piccolo paradiso di macchie colorate e cieli azzurri, l’isola infatti regala abbondanti piogge e spesse nebbie che riuscirebbero a stressare anche il più calmo dei suoi cittadini.

Meta chic della gente “bene” americana, ha regalato sin dagli albori momenti di divertimento e spensieratezza tra partite di golf, tennis, cocktail su terrazze e bagni solari abbracciati dal suono del suo perpetuo moto ondoso.

La Frissell riuscì a cogliere l’aspetto più umano e interessante della cultura isolana del tempo, quando le vecchie signore uscivano per l’Happy hour imbellettate di tutto punto, con collane di perle e bracciali d’oro, per sorseggiare alla luce del tramonto un drink accompagnato da assaggi a base di pesce.

Guardando queste fotografie riesce a emergere il sogno lontano e la magia che un tempo abitava quest’isola e che forse può essere ancora scorta nei moderni scatti fotografici di un iPhone.

A noi comuni mortali spetta solo la visione lontana di questo piccolo gioiello oceanico, ma forse basta per alimentare in noi il sogno americano che ha addolcito l’esistenza di molte generazioni.

L’artista sconosciuto che affascinò i grandi del suo tempo

Greenwich Village, 1940.

Una coppia di novizi sposi si addentra nella loro nuova casa. È un piccolo appartamento, ma basta per loro due, che non hanno molte pretese. L’importante è che ci sia una buona luce e dello spazio per poter realizzare il gesto più importante e significativo di tutti: dipingere.

Questo è l’inizio di una storia che arriva fino ai giorni nostri e che pochi conoscono.

I due sono Virginia Admiral e Robert De Niro. 

Sì, avete letto bene.

Prima del grande attore, premio oscar, c’era il padre, un altrettanto grande artista, nominato perfino da Kerouac in un suo libro.

I due facevano parte del gruppo di artisti che si era stanziato a New York già da un po’ di anni. Poeti, scrittori e pittori si ritrovavano per colloquiare di arte e misteri della vita e, in ultimo, trovare un terreno fertile per portare avanti la loro arte.

I due si erano conosciuti studiando sotto Hans Hofmann, esponente dell’espressionismo astratto, nella sua scuola estiva.

In quel periodo conobbero intellettuali e scrittori come Anais Nin ed Henry Miller, gli amanti più peccaminosi ed erotici mai conosciuti, Jack Kerouac, Tennessee Williams e molti altri.

Fu in questo contesto che Robert De Niro, dopo aver messo al mondo il più celebre Robert De Niro jr, fece coming out. 

In quegli anni essere omosessuale era visto ancora come un qualcosa di negativo e la connotazione che veniva attribuita ai gay era pesante e demistificatoria. Robert aveva combattuto tutta la sua vita contro il suo stesso essere, arrivando anche al matrimonio, forse una sorta di illusione per quello che sentiva realmente dentro di lui. Dopo il coming out la moglie lo lasciò e si dice che lui incominciò varie relazioni tra cui una con il meglio conosciuto Pollock.

Le incongruenze di idee di vita influenzarono sicuramente Robert De Niro jr che tuttavia rimase sempre legato al padre, ricordandolo ancora oggi con stima seppur velata da tristezza. I due passavano tempo insieme andando al cinema, prima a vedere opere di grandi come Jean Cocteau, poi a vedere lo stesso de Niro jr recitare in varie pellicole. Robert jr ricorda come a volte fosse molto naturale per loro rimanere in una stanza entrambi in silenzio, forse su due linee opposte di pensiero, ma mai opposti come persone.

Robert fu un grandissimo pittore, riconosciuto dalla critica e dai grandi dell’ambiente con cui poteva facilmente competere uscendone vincitore. Nonostante questo, con l’affacciarsi di nuovi stili e tendenze e la prevalenza della pop art nel mondo dell’arte, cadde nel dimenticatoio.

Continuò a dipingere tutta la sua vita, come una sorta di bisogno interiore dettato dalla propria essenza e mai da esigenze economiche o di riconoscimento. Fu affetto per anni da depressione, causata principalmente da vari rifiuti di galleristi francesi di esporlo, ignari della portata delle sue opere in America. Morì nel 1993 all’età di 71 anni.

Robert Jr in un’intervista del 2012, disse di aver lasciato il suo studio come lo aveva lasciato il padre prima di morire, un gesto, forse, volto a ricordarne la grandezza e al tempo stesso l’umanità.

L’esperimento scientifico più inusuale della storia

Biosphere 2, questo è il nome attribuito a un esperimento scientifico iniziato con la costruzione di enormi padiglioni nel mezzo del deserto dell’Arizona.

La costruzione, avviata nel 1987 e terminata nel 1991, prevedeva l’allestimento di un’estesa superficie per la creazione di una “seconda terra”.

All’interno delle istallazioni di metallo e vetro coesistevano 6 diversi ecosistemi: la foresta tropicale, un oceano con tanto di barriera corallina, una palude di mangrovie, un deserto, la savana e terreni coltivabili. In aggiunta erano presenti numerosi laboratori per lo studio di piante e animali.

L’idea nacque da John Polk Allen, uno scienziato esperto in leghe metalliche e la moglie, Marie Harding, fotografa. Prima di allora avevano sperimentato diversi anni di vita in un ecovillaggio fondato da loro nel 1969, il Synergia Ranch, situato a Santa Fe, nel New Mexico.

La funzione di queste mastodontiche strutture doveva essere quella di introdurre dei possibili sistemi di colonizzazione di altri pianeti, come Luna e Marte, lo studio della crescita della flora e della fauna e i vari cicli vitali e chimici che interessano il Pianeta Terra.

Un’ulteriore finalità era quella di provare l’ipotesi Gaia, del biofisico James Lovelock e della microbiologa Lynn Margulis che nel 1972 avevano ipotizzato che terra, piante e animali si fossero sviluppati nel corso delle epoche in un sistema autoregolante.

All’interno degli spazi furono introdotte più di tremila specie differenti, tra piante e animali, pesci e insetti, oltre che cereali e verdure di vario tipo.

L’esperimento venne avviato il 26 Settembre del 1991, con otto partecipanti, quattro uomini e quattro donne che per un periodo di due anni dovevano vivere all’interno di Biosfera 2 in maniera autosufficiente, quasi completamente isolati dall’esterno, mentre conducevano esperimenti pratici per raccogliere dati.

Questa straordinaria idea però cominciò ben presto a vacillare.

La mancanza di sole non garantiva una corretta crescita delle specie al loro interno, la scomparsa degli insetti impollinatori rappresentò un problema anche di fronte all’alto tasso di riproducibilità di formiche e blatte, che presto invasero tutti i compartimenti, e una pericolosa caduta dei livelli di ossigeno compromisero l’esperimento al punto tale che il sistema isolato dovette ricorrere a numerosi aiuti esterni.

Anche sotto un profilo psicologico la situazione si fece tesa.

Ben presto si svilupparono due fazioni di pensiero, capeggiate da due delle scienziate presenti che avevano visioni diverse circa la conduzione dell’esperimento e il mantenimento del suo isolamento dal mondo esterno.

Nonostante tutto gli otto scienziati rimasero per la durata intera dei due anni e uscirono nel 1993.

L’anno successivo venne annunciata una seconda missione, anche in luce al fallimento colossale della prima e delle varie problematiche che si erano istaurate all’interno del complesso esperimento.

La missione 2 fallì dopo appena 32 giorni per la natura troppo estrema dell’esperimento.

La struttura, eccessivamente grande e costata 150 milioni di dollari, fu affidata alla Columbia University fino al 2003, per poi passare all’università dell’Arizona.

Tutt’ora è un museo aperto al pubblico, ma non disdegna una funzione scientifica. Si studiano infatti gli ecosistemi e le loro relazioni, nonché nuove proposte per fronteggiare il cambiamento climatico.

Una delle note più interessanti è sicuramente l’aspetto psicologico dell’esperimento, che viene elaborato all’interno degli studi psicologici e sociali avviati nella struttura, e in particolare modo la relazione tra uomo e natura, che nel corso degli anni è stata persa, nonché la relazione sociale tra uomini, fattore fondamentale per le eventuali future colonizzazioni di altri pianeti.

Ulteriori studi riguardano l’acidificazione degli oceani, causa principale dell’estinzione della barriera corallina e le pratiche necessarie a impedirla.

Questa idea, nata principalmente con scopi scientifici validi e definiti, è diventata nel corso degli anni fonte di imbarazzo per gli ideatori, un’utopia troppo grande e pretenziosa per poter essere raggiunta.

Molti sono stati coloro che hanno storto il naso di fronte a Biosfera 2, di fronte al suo costo e di fronte alla metodologia con cui gli esperimenti sono stati condotti.

Nonostante ciò potrebbe essere un importante punto di svolta per gli studi climatici e per tutte le questioni ambientali, faunistiche e floristiche che ci riguardano da vicino. Avere una struttura così vasta, con dei sistemi ecologici già stabiliti e adattati potrebbe rappresentare il punto di partenza per ulteriori studi e per ulteriori missioni, garantendo una risorsa fondamentale e non indifferente anche per le generazioni future.

Film per una (troppo) soleggiata domenica estiva

Quando il caldo dell’estate si fa sentire, come in queste ultime settimane, diventa difficile fare attività all’aperto. Solo l’idea di buttarci sotto il sole cocente ci sfinisce e l’unica soluzione plausibile sembra stare chiusi in casa con il condizionatore sparato a mille.

Certo è allettante stare al fresco, abbandonati sul divano a passare le ore in una sorta di dormiveglia collettivo.

Però a volte ci si annoia a morte a passare i pomeriggi così, soprattutto per chi non ha la fortuna di una bella piscina fresca in cui buttarsi ancora vestito.

Insomma bisogna trovare qualcosa da fare.

Se siete i tipi da libri forse questo non è il miglior post che potete trovare. Se invece siete deconcentrati dal caldo e volete passare un pomeriggio afoso di fronte alla tv (o al pc) questa lista fa per voi:

Il giardino delle vergini suicida (1999) di Sofia Coppola:

Storia complessa, di fatto una mezza tragedia, ma se siete degli esperti di estetica troverete questo film decisamente piacevole. Forse è un po’ impegnato per un pomeriggio estivo, ma merita per la fotografia e in generale per la recitazione. Ah parla di vergini suicida, come potevate immaginare.

Picnic a Hanging Rock (1975) di Peter Weir:

Questa chicca ambientata nel 1900 vi lascerà di stucco per la misteriosità della sua trama. Allo stesso tempo però vi intrigherà così tanto che probabilmente cercherete la spiegazione su internet. Cercare di capire perché delle giovani donne sono scomparse in maniera del tutto imprevedibile vi terrà attaccati allo schermo e alla fine finirete per apprezzare l’estetica anni 70 di questo piccolo capolavoro.

LOLITA, Jeremy Irons, Dominique Swain, 1997

Lolita (1997) di Adrian Lyne:

Un classico estivo, a mio modesto parere. Se siete appassionati di lettura consiglio il romanzo, un grande capolavoro di letteratura 900esca. Il film del 97 ha toni più soavi di quello di Kubrick, di cui non sono ad oggi una grande fan. La storia è la stessa, ma a mio avviso Dominique Swain ha fatto un lavoro sublime e il vibe merita.

Laguna Blu (1979) di Randal Kleiser:

Anche questa perla (caraibica) viene da un rinomato romanzo. La storia d’amore dei due protagonisti ha visto i limiti della pedofilia secondo alcuni, secondo altri è solo una rappresentazione naturale della vita di due giovani dispersi su un’isola remota. E poi parliamoci chiaro: Brooke Shields con i capelli al vento, lunghi fino alla vita, è decisamente un’icona degli anni ottanta e comunque la visione di un mare caraibico è sempre preferibile alla siccità.

Rose Red (2002) su idea di Stephen King:

Per gli amanti dell’horror, come me, una piccola chicca poco conosciuta in patria. Una miniserie piuttosto vintage, ma che vi rapirà senza ombra di dubbio. Ambientata in una casa infestata, è il modo perfetto per trascorrere un weekend di paura e di forti emozioni. Anche di questa consiglio il libro “il diario di Ellen Rimbauer” che trae spunto dalla miniserie e racconta in modo più approfondito gli antefatti della storia.

Jennifer’s Body (2009) di Karyn Kusama:

Anche in questo caso si tratta di un horror (o quasi) che però merita per il disimpegno dei toni e la sua colonna sonora. Un film piacevole e non troppo impegnato, carino tutto sommato e che merita di essere visto. Megan Fox è stupenda nella parte della teenager mangiatrice di ragazzi.

Il canto dell’usignolo: il connubio perfetto tra arte, musica e danza

Anni fa andai a una mostra di matisse a Roma. Tra le sale e i bellissimi capolavori ricchi di colori sgargianti, mi imbattei in una visione che mi estasiò.

Non sapevo che uno dei più grandi artisti mai esistiti si fosse occupato di un balletto classico, il mio primo e grande amore.

L’opera prende il nome di “Le chant du Rossignol”, su musica composta da niente meno che Stravinskij stesso.

Ma facciamo un passo indietro.

L’opera fu composta tra il 1908 e il 1914 dal grande musicista che si fece convincere da Djagilev, un grande impresario teatrale di origini russe, a riadattarla in un balletto.

Il primo adattamento fu un flop, le parti ballate erano scarse e in generale il pubblico non apprezzò.

Successivamente si decise di movimentare l’opera.

nizialmente la scenografia fu attribuita a Fortunato Depero, ma le sue idee erano decisamente troppo stravaganti per la poetica dell’opera e venne accantonato.

Fu allora assunto Matisse come costumista ufficiale. Con la sua linea raffinata, dolce e gentile, realizzò dei costumi all’avanguardia, bellissimi e ciascuno dipinto a mano.

Il balletto andò in scena all’Opera di Parigi nel 1920 con la famosa compagnia dei Balletti Russi. La coreografia, affidata a Leonide Massine, risulto anch’essa un flop, troppi passi in controtempo e decisamente innovativa, forse un po’ troppo per lo spirito dell’epoca.

Nel ’25 la coreografia fu riadattata all’arte di un grandissimo ballerino e coreografo: Balanchine.

Il ballerino sembrò risollevare l’opera dalla sua precedente caduta e mise in scena un balletto all’avanguardia, ricco nel suo stile e di grande impatto scenico (come solo lui sapeva fare).

Da qui si susseguirono diversi esperimenti circa la coreografia che si protrassero per tutto il 900.

Ad oggi anche se i costumi realizzati da Matisse sono pezzi da museo, confinati dietro un vetro protettivo per la loro delicata essenza, il balletto conosce ancora i suoi momenti di gloria, riadattato per ovvie ragioni, viene messo in scena dalle più svariate compagnie, rimanendo tuttavia una piccola perla rara nel mondo della danza.

Zsuzsi e William: una storia d’amore tragica

Dietro al mondo dorato e fastoso della monarchia inglese si nascondono delle regole ferree, talvolta insostenibili, che scandiscono la vita iper programmata dei reali. Molto prima di Harry e Meghan e delle innovazioni che hanno portato nel regno inglese c’erano Zsuzsi e William.

William di Gloucester era il cugino della Regina, quarto in linea per il trono inglese.

Spirito libero e volenteroso di avere una vita normale, nel 1968, all’età di 26 anni, si trasferisce in Giappone, per lavorare nella diplomazia. Qui incontra lo sguardo di una donna un po’ più grande di lui, Zsuzsi Starkoff, di origine Ungherese.

William è bello, intelligente e terribilmente sexy e attira facilmente lo sguardo delle donne che gli garantiscono la fama di playboy.

Zsuzsi però è diversa. Non solo è più grande, che già di per sé potrebbe rappresentare un problema per la corona inglese, ma è anche divorziata, madre di due figli e lavora come hostess e modella nell’ambiente chic di Tokyo per mantenersi.

La relazione prende il volo in pochi mesi e i due si scoprono profondamente innamorati e uniti.

Nel 1969 la Principessa Margaret arriva in città per questioni reali ( in realtà ci sono voci che dicono che fosse in loco per controllare la relazione) e qui incontra la bella Zsuzsi. La modella supera la prova ed entra nelle grazie di Margaret che comunque dice a William di aspettare e vedere come procede il rapporto prima di prendere scelte affrettate.

Sempre in quell’anno i due decidono però di sposarsi, nonostante tutto.

A detta di William non pensava di provare un amore così intenso per una donna.

Purtroppo però le cose non vanno come previsto. Il padre di William infatti soffre di un ictus e Will è costretto a tornare in patria, dove incontra ostilità per via della sua scelta amorosa. I familiari lo incoraggiano a lasciar perdere in quanto la relazione non potrebbe mai consolidarsi in un matrimonio approvato dalla regina. Le regole sono chiare e non ci si può opporre.

I due si separano per diverso tempo, ma Zsuzsi rimane convinta dell’amore di William.

I due cercano di mantenere qualche contatto sporadico, ma l’allontanamento pesa sulla relazione che arriva a concludersi nonostante i due si amino ancora.

Quello che non si aspettano però è la piega che la vita prenderà di lì a breve.

Nel 1972, all’età di 30 anni, William incontra la tragedia.

Pilota appassionato, il 28 Agosto di quell’anno, decide di partecipare ad una gara vicino a Wolverhampton.

L’aereo su cui viaggia si schianta poco dopo il decollo, non lasciando al pilota e al copilota nessuno scampo.

In un documentario rilasciato nel 2015 la Starkoff dichiarò che in quell’occasione William la invitò a partecipare con lui alla gara, ma per varie ragioni lei non accettò evitando inconsapevolmente il destino nefasto riservato al suo amato.

Fino alla morte, avvenuta nel 2020, Zsuzsi ha indossato l’anello che William le aveva regalato, la copia identica di quello che lui indossava al momento della sua morte.

Walter Russell: L’uomo che il mondo non è pronto ad avere

Questa frase risuona attorno alla personalità di Walter. Fu il famoso Nikola Tesla, scienziato e inventore a dichiararla dopo averlo conosciuto nel 1921. “Il mondo non è pronto alle tue intuizioni”, gli disse Tesla dopo avere ammirato i suoi lavori. Ed in parte fu così.

Walter Russell nacque nel 1871 a Boston, Massachusetts. Crebbe senza avere una particolare istruzione se non la scuola primaria fino ai 9 anni, che abbandonò per dare una mano in casa.

Si trasferì a Parigi dove ebbe modo di frequentare una scuola d’arte e nel 1894 tornò a New York componendo, nel 1900, il famoso dipinto “The might of ages”.

Fu innanzitutto un artista molto prolifico, un filosofo, uno scultore acclamato, un musicista e un autore, ma sono soprattutto le sue scoperte inerenti la natura che mi hanno affascinata.

La sua prima illuminazione avvenne all’età di 7 anni quando ebbe una esperienza fuori dal corpo.

A 14 anni fu dichiarato morto di difterite, ma per un qualche strano miracolo, riuscì a ritornare, come disse lui :”Mi hanno chiesto di tornare”.

Queste esperienze insolite plasmarono moltissimo la vita e le credenze di Walter e lo spinsero ad indagare maggiormente gli aspetti metafisici dell’esistenza umana.

I suoi interessi sono vari e spazia da discipline più umanitarie e artistiche a ricerche scientifiche.

Nel 1926 pubblica la sua tavola periodica a spirale che prediceva nuovi elementi, nuovi elementi radioattivi e situazioni chimiche e fisiche al di sotto dello standard atomico dell’idrogeno.

Nel 1929 per 39 giorni ebbe un’esperienza illuminante che ricorda come “illuminazione nella luce della coscienza cosmica”, in cui dichiarò di aver compreso i perché più reconditi dell’esistenza umana. Una sorta di Illuminazione Buddhista.

La sua abilità artistica gli permise di realizzare disegni e diagrammi che potevano rappresentare le sue visioni, molti dei quali estremamente difficili da interpretare e comprendere.

Fu autore di dozzine di libri, come “the Universal One” del 1926 e “The Book of early whisperings” del 1949.

La sua filosofia si basava sulla luce e può essere racchiusa da questa affermazione:


“All matter is a manifestation of light, everything is related”

Essenzialmente credeva che l’universo fosse dato da onde elettromagnetiche in movimento e che colui in grado di comprendere questa realtà fosse chiamato alla trascendenza stessa. La forza motrice e creatrice di tutto era vista e interpretata nel sesso, come unione di forze opposte entrambe creatrici.

Si spense il giorno del suo compleanno del 1963, lasciando numerosi disegni e scritti di natura metafisica e scientifica.

Non fu preso particolarmente sul serio come studioso di scienze, ma di sicuro alcune delle intuizioni che ebbe furono portate avanti nel corso dei decenni, fino ad arrivare a noi.

Sharon Tate’s Legacy: Recollection

Il mio interesse per Sharon Tate è nato da una semplice fotografia: l’attrice indossa un abito azzurro con colletto bianco e sta seduta a un cafè parigino degustando una bevanda calda.

Non sapevo molto di questa giovane bellezza ed essendone rimasta particolarmente colpita, ho cominciato a cercare informazioni su di lei, incappando nella vicenda Manson.

Incredibilmente la sua morte rappresenta il fulcro della sua popolarità, eppure si tende a dimenticare chi fosse quando era in vita.

Sharon nasce nel 1943 da Doris Gwendolyn e PJ Tate, è la loro prima figlia, è sana e bella.

Cresce in un ambiente felice e sereno e sogna di diventare una ballerina o una psichiatra, ma coltiva anche l’ambizione di diventare una star del cinema.

La sua straordinaria bellezza la fa notare da numerose persone, tant’è che nel 1959 partecipa ad un concorso di bellezza che la vede vincitrice.

Nel 1960, a causa del lavoro di militare del padre, la famiglia Tate si trasferisce a Verona, dove soggiornerà per diversi anni. Qui Sharon vive spensierata e felice.

Sharon Tate, 1961, Verona.

Nel 1962 la giovane si trasferisce a Los Angeles dove decide di tentare la carriera d’attrice, incoraggiata dalla sua bellezza e dall’esperienza positiva del set, che l’aveva vista come comparsa nel film “Le avventure di un giovane” con protagonista Paul Newman.

Nel 1963 partecipa alla serie “The Beverly Hillbillies” in cui fiancheggerà Max Baer.

Sul set di “The Beverly Hillbillies” nell’episodio “The Garden Party”, 1 Agosto 1963

Nel 1964 incomincia una relazione amorosa con il parrucchiere delle star Jay Sebring, che incontrerà la morte insieme alla ex ragazza per mano della Family di Manson nella tragica notte del 9 Agosto 1969.

1965, by Pierluigi Praturion

1965, by Tatami

Verso la metà degli anni sessanta si reca a Londra per un ruolo in “Eye of the Devil”. Qui ha modo di frequentare l’ambiente culturale della Swinging London, fatto di moda e stravaganza, discoteche e acido (di cui tuttavia non fa mai uso, se non saltuariamente).

Sharon as Odile de Caray, “Eye of the Devil”, 1966

“Eye of the Devil”, 1966

“Eye of the Devil”,1966

In questo periodo incontra l’amore della sua vita, Roman Polanski, con cui recita nel film “Per favore non mordermi sul collo!” del 1967.

Nello stesso anno interpreta Malibu in “Don’t make waves”. Nel film posa in diverse scene in bikini, dove emerge tutta la sua bellezza e tonicità.

Al tempo si prediligeva un aspetto androgino, più vicino alle figure di Twiggy o di Mia Farrow, piuttosto che un fisico tonico e sodo come quello di Sharon. Tuttavia, a dispetto di questo, la Tate emerge come icona sensuale introducendo per la prima volta un tipo di corpo molto più sportivo e curvilineo, che lascia spazio a forme più “rotonde” e dolci.

Tony Curtis e Sharon in “Don’t Make Waves”, 1967

Sharon sul set,1967
Sharon in “Per favore non mordermi sul collo!”, 1967

Il suo ruolo più celebre rimane tuttavia quello di Jennifer North in “Valley of the dolls”, film ispirato al romanzo omonimo del 1967.

Debra Tate, sorella di Sharon, ricorda come il make-up del film fosse estremamente innovativo per il periodo, ispirato alle tecniche usate negli anni ’30 da Greta Garbo.

In questo contesto cinematografico lo sguardo della Tate viene accentuato usando la famosa “banana”, la linea scura, per intenderci, sopra la palpebra, che rimane tutt’ora l’icona indiscussa dello stile degli anni sessanta.

Il film uscì a Dicembre di quell’anno e ottenne recensioni miste, ma fu un successo al botteghino.

Nel Febbraio successivo Sharon viene nominata per il suo primo, e sfortunatamente ultimo, Golden Globe.

“La valle delle bambole” viene considerato ancora oggi un classico del periodo e l’interpretazione della Tate la migliore della sua carriera.

Sharon con Tony Scott in “La valle delle bambole”, 1967

primo piano di Sharon in “La valle delle Bambole”, 1967, by Luis Goldman

La valle delle bambole, 1967, con il classico trucco a “banana” che diventò popolare grazie a lei.

Il 20 Gennaio 1968 è un anno importante per la vita privata di Sharon che convola a nozze con Roman a Chelsea, con un rito non convenzionale e con una festa nuziale svolta al club di Playboy.

Nozze di Sharon, 1968

Sharon e Roman aprono i regali di nozze, 1968

Famosissimo l’abito che indossò per l’occasione: moirè di seta avorio mini, proprio come voleva la moda degli anni sessanta. L’acconciatura prevedeva una grossa chioma con fiocchi rosa e bianchi tra i capelli.

Nel 2018 l’abito è stato battuto all’asta di Julien’s Auction per 56,250 dollari.

Sfortunatamente questa bellezza texana non arrivò oltre l’anno 1969. Il 9 Agosto, infatti, incinta di otto mesi del suo primo figlio (con Roman), venne accoltellata da alcuni membri della family di Manson per ragioni ancora non del tutto chiare.

Bisogna pensare che quello era un periodo storico relativamente spensierato. La rivoluzione Hippie degli anni sessanta aveva portato masse di giovani nell’ovest americano, alla ricerca di svago e di una nuova forma di vita, meno rigida e impositiva di quella del decennio precedente.

Non era inconsueto trovare per strada ragazzi che rovistavano nella spazzatura e gente a piedi nudi. La stessa Debra Tate ricorda come lei e la sorella spesso andassero nel centro di Los Angeles scalze e come la cosa fosse del tutto normale per il tempo.

Questa libertà e serenità era sentita da tutti, al punto tale che le persone non chiudevano le porte di casa poiché non si vedeva nell’altro il “nemico”. Girava moltissima droga, acidi per lo più, e prevalevano i party sulle colline Hollywoodiane.

La stessa Didion ricorda quegli anni come un periodo in cui non era inconsueto trovarsi un estraneo in casa. Dichiarerà nel suo “The White Album”, riferimento all’album dei Beatles da cui prenderà spunto Charles Manson per il suo Helter Skelter, che gli anni sessanta finirono proprio con la morte della Tate.

E ripensandoci fu così.

L’uccisione di una ventiseienne, incinta, nella propria casa, fu un segno chiaro del cambiare dei tempi, della nuova mentalità che si stava affacciando nelle vite delle persone. La spensieratezza e la leggerezza di quegli anni si persero inevitabilmente nei fatti drammatici di quella notte.

Tuttavia, nonostante la tragedia che la vide protagonista, la Tate rimane un’icona di stile e di bellezza, di carisma e talento. Ancora oggi ricordata positivamente da coloro che l’hanno conosciuta, porta avanti il suo status di sex symbol e di ispirazione per le nuove tendenze.

Valley of the Dolls, 1967

Orlando, 1966

Cannes, Maggio 1968

Sharon, 1969

Una delle ultime foto scattate a Sharon, Agosto 1969, pochi giorni prima dell’omicidio

Misteri e chicche della vecchia Hollywood

Ogni città ha le sue particolarità, alcune, più di altre, riescono a custodire dei piccoli gioielli di storia.

Tra le colline Hollywoodiane che si stagliano verso il blu intenso, si trovano delle rovine piuttosto singolari.

La spider Pool, una volta sfondo di una bellissima dimora appartenuta a Jack McDermott, è ora una parete abbandonata, rotta, tra piccoli arbusti che crescono incontaminati.

Tuttavia il suo fascino permane.

Jack comprò un esteso appezzamento di terreno situato sulle colline Hollywoodiane nel lontano 1921. Era situato così in alto e così lontano dal resto delle abitazioni che rimase senza strada sino al 1962, isolato e incontaminato nel verde naturale che lo abbracciava.

La casa venne costruita sino dai primi anni venti e divenne ben presto teatro di feste spettacolari e dei gusti decisamente insoliti del suo proprietario. Famosa già alla fine della sua costruzione, ottenne un breve cameo nel film “Hollywood the unusual” del 1927.

La casa e Jack

La casa, denominata “crazy house”, vantava l’arredamento delle scene cinematografiche che Jack aveva la possibilità di visitare grazie al suo lavoro nell’industria

Incorporati al suo interno c’erano cimeli provenienti da diverse produzioni come “The Mark of Zorro”, “Robin Hood” e molti altri, caratterizzando uno stile eccentrico e seducente, rimando ai tempi antichi e all’elemento orientale.

Jack seduto a terra nella villa

L’interno della sfarzosa villa

Ospiti seduti a terra

Un bagno della casa

Jacki in cortile

Tra gli elementi distintivi della villa c’erano tunnel sotterranei, caminetti situati sotto i letti, arte orientale e persino un falso cimitero. E per qualche strano motivo non vi erano sedie.

Jack presso il falso cimitero

Ma l’aspetto più affascinanti era sicuramente la piscina, denominata “Spider Pool”, costruita nel 1933, che si vide protagonista di un articolo del 1949:

“A labyrinth of dark subterranean passageways which honeycomb the ground under the hillside, the sliding doors and panels lend an eerie touch to the fantastic abode, which contrasts startlingly with the sun bathed swimming pool inlaid with thousands of hand-painted French and Italian tiles in a spider design. It was inevitable that such a storied castle should become the scene of gay film colony parties, and in the years gone by it rang with merriment by night.”

dettaglio della vedova nera realizzata sulla parete della piscina

La casa era luogo di feste sfarzose, quasi surreali, alimentate da musica, alcol e spettacoli per intrattenere gli ospiti, prevalentemente le élite Hollywoodiane e i grandi ricchi del tempo.

Per immaginarci il tipo di vita che si svolgeva all’apice della collina, dobbiamo far riaffiorare alla mente il personaggio stravagante di Gatsby con un briciolo, o forse un bel po’, di amore per le pin-up.

Quando gli ospiti erano troppo ubriachi si dice che Jack, con fare scherzoso, li conducesse nella “upside down room”, una stanza costruita appositamente per creare confusione, molto simile a quella che si trova nel film “Rose red” di Stephen King.

Ospiti seduti per terra

I party finirono quando Jack, 53enne, prese una dose massiccia di pillole per dormire. La proprietà venne quindi lasciata al nipote, ma non sopravvisse la prova del tempo senza il suo naturale possessore. Quasi sei mesi dopo la sua morte, il 31 Gennaio 1947, un incendio di origine sconosciuta rovinò la villa danneggiando parte della struttura originaria. Tra il 1947 e il 1949 la casa venne venduta a un altro eccentrico personaggio: Carl Brainard.

Dopo anni di negligenza dovuti anche alla responsabilità di Brainard, fu acquistata da Darrell e Frances Gregory. L’idillio durò poco, la casa venne infatti dichiarata pericolosa e rasa al suolo nel 1962. Di questa rimase solamente la piscina, di cui nessuno si interessò per molto tempo, lasciandola in stato di abbandono.

La famiglia Gregory in piscina

Fu solo negli anni 2000, grazie a internet, che riemersero diverse fotografie di giovani donne che posavano seminude di fronte alla muraglia intarsiata di mattonelle blu. Tra queste vi erano importanti figure del mondo del pin-up, come Tura Satana, Betty Blue e Jaqueline Prescott.

Le foto, risalenti agli anni 50, mostrano però la bellezza della costruzione originaria. Un Murales gigante con una grossa vedova nera sovrastava la piscina orientaleggiante.

Nel 2004 fu ritrovato il sito e il murales ancora intatto, e fu così che si scoprirono dettagli della casa e delle sue avventure, fino a identificare le opere di vari fotografi come Harold Lloyd e John Willie.

Betty Blue
Dolores del Monte
Modelle

Modella posa nuda presso la Spider Pool

Jaqueline Prescott

Jaqueline Prescott

Betty Blue

Modelle

Tura Satana By Harold Lloyd

Tura Satana By Harold Lloyd

Betty Blue

Nel corso degli ultimi anni la bellissima struttura acquatica è andata in rovina, generalmente grazie allo stato di negligenza in cui verteva da ormai troppo tempo. La proprietà iniziale è stata acquistata e si è proceduti con lo smantellamento delle strutture rimaste, lasciando solamente piccoli frammenti di ceramica colorata ai piedi di una collina.

Per il tour completo: